Un lavoro per i carcerati. A tutti una seconda chance

Articolo di Enrico Letta e Maurizio Lupi pubblicato su Avvenire venerdì 20 gennaio 2012

Negli ultimi tempi il tema delle carceri è tornato al centro del dibattito parlamentare. Anche grazie al ministro Paola Severino che, nei suoi interventi e nella recente relazione sullo stato della Giustizia davanti alle Camere, ha voluto richiamare l’attenzione di tutti su questo delicato argomento. Ma, come spesso accade, parlare di carceri significa parlare di un lungo elenco di numeri che, in maniera impietosa, mette in evidenza tutti i limiti del nostro sistema. Problemi che, troppo spesso, sono stati affrontati negli anni con interventi tampone che nel lungo periodo si sono dimostrati deboli se non addirittura totalmente inefficaci. Accade sempre così quando, invece di guardare la realtà e mettere al centro dell’azione politica la persona, si preferisce applicare uno schema. Perché i numeri, quei numeri, benché per loro natura asettici, raccontano una storia. La storia di migliaia di persone chevivono quotidianamente dentro i nostri istituti penitenziari.

Per questo pensiamo che ci sia una cifra che, più di altre, può aiutarci a riflettere sull’argomento carceri. Ed è quello che riguarda la recidiva, cioè la possibilità che chi delinque, una volta uscito di galera, vi torni. Una “ricaduta”, forse l’esempio più concreto della debolezza umana. Secondo le statistiche, il 68% di chi è stato in carcere è soggetto a recidiva. Circa il 35% tra coloro che hanno usufruito dell’indulto votato nel 2006. Cifra inferiore, ma comunque significativa. Che fare? Basta, come scriveva Eliot, «sognare sistemi talmente perfetti che nessuno avrebbe più bisogno di essere buono»? La risposta, secondo noi, sta nel concetto stesso di pena. Basterebbe rileggere l’articolo 27 della nostra Carta costituzionale: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

In questi anni abbiamo avuto modo, da parlamentari, di visitare carceri in diversi parti d’Italia. A Padova ci ha colpito una frase, scritta a caratteri cubitali all’ingresso: «Vigilando redimere». E la sintesi perfetta dell’idea che ogni uomo, anche chi ha commesso l’errore peggiore, può cambiare, a patto che trovi qualcuno in grado di rilanciare la sua umanità, di ridestare il suo cuore. È partendo da queste considerazioni che, assieme ad altri colleghi, abbiamo promosso un disegno di legge bipartisan, a prima firma Treu al Senato e Farina alla Camera, per favorire il lavoro sia nelle carceri sia nel periodo immediatamente successivo alla scarcerazione. La convinzione è che la detenzione debba essere vissuta come un’occasione di recupero. Modificando la legge Smuraglia sull’inserimento lavorativo, la norma, che è stata approvata dalla commissione Lavoro di Montecitorio e verrà portata in Aula entro febbraio, agisce dunque su due direttrici. Da una parte, le agevolazioni per le aziende, con l’aumento del credito d’imposta concesso alle imprese per ogni detenuto assunto e l’allungamento del periodo di concessione di sgravi contributivi per le realtà che danno lavoro ad ex detenuti. Dall’altra, un maggiore coinvolgimento delle cooperative sociali in attività di assistenza, tutoraggio e formazione del detenuto durante il suo reinserimento lavorativo, negli ultimi 6 mesi della detenzione e fino ai 2 anni successivi.

Oltre al credito d’imposta, abbiamo poi pensato a un percorso di accreditamento di queste cooperative e dei loro consorzi, che peraltro costituirebbe l’attuazione dei principi previsti  dalla stessa legge Smuraglia. Al di là dei tecnicismi, l’intento è semplice: riprodurre, all’interno delle carceri, un modello di lavoro imprenditoriale più qualificato. Un esempio già ben avviato è proprio l’attività gastronomica della Casa di Reclusione della città di Padova, dove i detenuti, aiutati dagli operatori di due cooperative sociali, hanno raggiunto livelli di professionalizzazione tali da aggiudicarsi il prestigioso premio “Piatto d’Argento”. Sono piccoli progressi, è evidente. Così come evidente è che, in tempi di crisi drammatica dell’economia reale e del lavoro, porre l’attenzione sul reinserimento occupazionale dei detenuti rischia di trasformarsi in un boomerang se non si chiariscono in profondità la specificità del problema e soprattutto i costi sociali ed economici della recidiva, che pesano ogni anno e in modo ingente su tutta la collettività.

Agire su questo fenomeno è tuttavia una responsabilità che investe direttamente la dimensione dell’intervento pubblico, che ha il compito di favorire a ciascuno – anche a chi ha sbagliato e ha pagato con la reclusione i propri errori – una seconda possibilità. Un’altra chance per farcela attraverso il lavoro, con tutto il portato di fatica e soddisfazione, passione e sacrifici che esso può recare con sé.

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