Un supervoto per rianimare l’Europa

La democrazia in Europa è tornata questione centrale. Dopo anni in cui non si parlava che di finanza ed economia, oggi è difficile trovare un argomento tanto discusso quanto il dibattito sulla democraticità dell’Unione europea. Da entrambe le parti, si levano voci molto convinte e persuasive. «La presunta mancanza di democrazia all’interno delle istituzioni europee è un falso problema considerando che la prassi di scegliere il Presidente della Commissione in base al risultato delle elezioni europee, come nel caso di Juncker, è stata definitivamente sancita» potrebbero sostenere alcuni. Al che, altri, potrebbero legittimamente affermare che «i tassi di affluenza registrati in occasione delle elezioni europee, in declino a ogni tornata, dimostrano che i primi a non credere nell’utilità del proprio voto sono i cittadini stessi». Quello che è certo è che nel dibattito politico la questione europea è cambiata ed è ormai diventata una controversia più identitaria che economica, contrariamente a quanto è stato durante tutto il periodo successivo all’introduzione dell’euro e, in seguito, alla crisi finanziaria. Oggi, l’identità è al centro di tutto. Lo è stata durante le elezioni nei Paesi Bassi e sarà un elemento fondamentale anche per le presidenziali francesi e quelle federali in Germania.
Il ruolo del cittadino, il peso del suo voto, la volontà di determinare le scelte fatte a Bruxelles si trasformano sempre più spesso in frustrazione. Alla fine, infatti, non si riesce davvero a capire il “chi” e il “come” delle decisioni prese a livello europeo. Il dibattito sulle scelte e la spiegazione delle stesse appaiono talmente lontani e incomprensibili agli occhi dei cittadini che il risultato finale è un ulteriore allontanamento e il rifugio nella prossimità, quindi nell’idea che più la democrazia mi è vicina, più essa è autentica.
Di tale prossimità, la dimensione europea dovrebbe acquisirne gli aspetti positivi, familiarità e autenticità in primis, superando così lo scoglio della lontananza geografica. La questione chiave quindi rimane il senso di utilità del voto. E necessario che i cittadini abbiano la possibilità di influenzare davvero le decisioni europee.
Le discussioni tra cittadini in molte delle regioni dell’Europa meridionale, dopo questi dieci anni di crisi economica durante i quali le decisioni finali sono sempre state prese a Berlino, spesso si concludono con affermazioni pressappoco di questo tipo: «Visto che è a Berlino dove si decide del mio avvenire, varrebbe la pena poter votare direttamente per scegliere tra Merkel e Schulz, piuttosto che votare per le elezioni nel mio Paese che non conta nulla». Un discorso estremo, paradossale, ma estremamente diffuso.
Una proposta semplice per provare a colmare questo vuoto potrebbe essere la seguente. Con la Brexit, si libereranno 73 seggi al Parlamento europeo, oggi riservati agli eurodeputati britannici. Si potrebbe creare facilmente un nuovo collegio elettorale che comprenda i territori di tutti i ventisette paesi membri. E così far eleggere questo gruppo di 73 rappresentanti del popolo europeo attraverso un voto che unirebbe davvero i cittadini dei paesi dell’Unione, da Strasburgo a Tallinn, da Barcellona a Dubrovnik.
Così facendo, usciremmo dalla trappola di elezioni europee che non sono altro che un grande test per verificare la forza del governo nazionale in carica. Dalla mia città, Pisa, potrei votare per qualcuno con il quale condivido un progetto veramente europeo, indipendentemente dal fatto che egli sia italiano, francese o tedesco. Si avrebbero delle liste europee, transnazionali, il cui risultato, chiaro e lampante, offrirebbe la possibilità di disegnare gli equilibri politico-istituzionali in maniera trasparente, sulla cui base poi compiere delle scelte in termini di politiche europee. Un piccolo cambiamento istituzionale, un grande passo in avanti per la democrazia in Europa.

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