“Una lapidazione pubblica per comprarsi l’arbitro e cancellare la democrazia”

Intervista a Stefano Cappellini, la Repubblica, 10 febbraio 2019

«L’Italia sta correndo verso il precipizio». Enrico Letta, 52 anni, tra i fondatori del Pd, ex presidente del Consiglio, un libro appena uscito (Ho imparato) per ragionare di strategie anti-populiste, giura di essere rammaricato quando dice che «c’è da essere pessimisti: la guerra a Banca d’Italia, la crisi con la Francia, l’isolamento del nostro Paese in Europa e soprattutto la recessione che ci mette fanalino di coda nella Ue. Servirebbero risposte che superino le esigenze della propaganda e le divisioni dentro il governo. Invece si mettono altre bombe. La maggioranza mi pare vicina al capolinea ma in nome di un voto in più è capace di tutto. Solo che di questo passo non so se l’Italia arriverà in piedi alle europee del 26 maggio».

Cominciamo da Banca d’Italia. Di Maio e Salvini, stavolta insieme, dicono che va azzerato tutto. «Non mi stupisce. Fa parte di una strategia complessiva che riassumerei in questo concetto: comprarsi l’arbitro. Minare e distruggere l’equilibrio su cui si fonda l’autonomia delle autorità indipendenti. Ma senza un sistema di pesi e contrappesi, il check and balance, viene meno un elemento essenziale della democrazia».
I vicepremier dicono che cambiare è loro diritto. «A loro non interessa cambiare bensì scatenare la lapidazione pubblica. Additare ogni volta un colpevole esterno ed esporlo al pubblico ludibrio della piazza per scatenare risentimento e consenso elettorale».
Loro rovesciano il ragionamento. È il consenso elettorale, dicono, che li autorizza a fare. «Un’ulteriore forzatura. Questo governo non nasce dalle urne ma da un accordo in Parlamento. Il mandato che rivendicano è fasullo. Agiscono così per due motivi: da una parte hanno necessità di aprire un fronte che concentri l’attenzione su altro anziché sulle questioni scabrose degli ultimi tempi, cioè la recessione e il tracollo dell’economia italiana, dall’altra devono portare in secondo piano il travaglio sull’autorizzazione a procedere a Salvini, che per il M5S è una santabarbara. La scelta di salvarlo dal processo azzererebbe il suo dna».
Dietro lo stop al vicedirettore Signorini c’è un attacco a Visco? «Ovvio».
Non sarebbe certo la prima volta che un governatore finisce nel mirino della politica. Anche Renzi si scagliò contro la riconferma di Visco. «E infatti mi auguro che Conte faccia come Gentiloni e si riveli un presidente del Consiglio che guarda all’interesse del Paese. Ma è chiaro che oggi la critica del centrosinistra è resa più debole dagli eventi di quei mesi, segnati dall’istituzione della sciagurata commissione di inchiesta sulle banche».
Letta e ViscoSa che ogni sua critica a Renzi viene letta come frutto di un rancore personale. «Non ho mai parlato per fatto personale. Il problema è che quando si scimmiottano i populisti si aprono quelle fessure che rendono loro più semplice spalancare il portone».
L’accusa per il centrosinistra è: sempre dalla parte di banche e banchieri. «Hanno appena nominato un banchiere, Savona, presidente della Consob. E non mi scandalizzo nemmeno perla nomina, almeno a differenza di altri ha la competenza per svolgere il ruolo. Difendere l’autonomia delle autorità indipendenti significa stare dalla parte dei risparmiatori e degli investitori. Ogni cittadino, ogni impresa dovrebbe sapere che se in quei posti si insedia una persona con la maglia di una squadra ne va di mezzo la solidità degli interessi di ciascuno. E aggiungo che Visco in questi anni ha sempre dimostrato grande indipendenza. Il fatto che sia stato attaccato anche da Renzi è la migliore dimostrazione».
C’è un altro problema. Impossibile dire che il sistema di vigilanza bancaria abbia funzionato bene in questi anni. «Vero. Ma allora l’obiettivo dovrebbe essere fornire alle autorità competenti mezzi migliori. Per esempio facendo passi avanti sul completamento dell’unione bancaria. Ma servirebbe parlarne con Francia e Germania. Non con Polonia e Ungheria, che peraltro sono fuori dall’euro».
Con la Francia sarà difficile parlarne ora. «La gravità di questa crisi con Parigi hai suoi presupposti nella vulgata che noi negli ultimi anni fossimo isolati e sudditi. Un falso totale. Al contrario, proprio con la Francia negli ultimi anni si era creato un solido asse sulla politica monetaria dell’Unione, lo stesso che ha portato Draghi alla presidenza della Bce e ha permesso di salvare l’euro e l’Italia. Scelte che la Germania ha subito. Oggi l’Italia rinnega questo rapporto, senza peraltro cercare alleanze di altro genere. Ecco perché rischiamo di essere ininfluenti su tutte le scelte imminenti, a cominciare da quella sul successore di Draghi».
Salvini scommette che dopo le europee del 26 maggio la politica europea parlerà la sua stessa lingua. «Una mistificazione. Tutti i sondaggi e le previsioni dicono che siva verso un Parlamento con una maggioranza basata su un accordo a quattro tra popolari, socialisti, verdi e liberali, che avranno il 70 per cento. I populisti saranno in minoranza. E noi italiani saremo una trascurabile minoranza in tutti e quattro i gruppi della maggioranza».
Il governo può cadere dopo le europee se muteranno i rapporti di forza tra Lega e M5S? «Non credo. Può essere che la luna di miele con l’elettorato continui. Ma attenzione, quando i dati sul Pil che si leggono sui giornali si tradurranno nella realtà quotidiana delle persone sarà difficile andare avanti. La logica del balcone ha un limite, puoi suonartela e cantartela da solo, poi la realtà presenta il conto. Dopo gli imprenditori, anche i sindacati cominciano a far sentire forte la loro voce e non si può che apprezzare».
E il centrosinistra? Come deve affrontare il voto? «Le soluzioni tattiche e organizzative vengono dopo. Prima serve una idea di Europa diversa e migliore, basata su una nuova vera integrazione. È l’occasione per dimostrare anche su questo terreno che il centrosinistra non è il difensore dello status quo».

 

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