Un’operazione storica per l’Europa ma la difesa italiana va ai margini

Enrico Letta per il Sole 24 Ore del 29 settembre 2012.

Da alcuni giorni in Europa economisti e commentatori discutono delle implicazioni e delle potenzialità del negoziato in corso per la fusione tra Eads e Bae.

Quali che siano le sfumature di giudizio emerse nel dibattito pubblico nei singoli Paesi, su un’evidenza pare esserci opinione pressoché unanime: l’eventuale esito positivo di questo processo d’integrazione, che darebbe vita a un Gruppo da 70 miliardi di euro di fatturato, sarebbe senza precedenti. Sia, nell’immediato, in termini di ricadute concrete, sia, soprattutto, per la rilevanza strategica dell’intera operazione nel medio-lungo termine.

Si tratterebbe, infatti, di una fusione imprevista nei tempi e nelle modalità, anche se in linea con quanto annunciato da EADS con la Vision 2020. E di una mossa attuata molto rapidamente e in parte controvento rispetto allo spirito dei tempi. Spirito – va da sé – permeato dalla crisi. La crisi rallenta – o talvolta inficia – i processi di integrazione continentale in ambito finanziario e industriale. La crisi inibisce un mercato interno già di suo poco dinamico e poco ricettivo nei confronti di ogni eventuale spinta propulsiva di questo tenore. La crisi, infine, può costituire un alibi per quegli Stati membri intenzionati a erigere nuovamente barriere nazionali e a ricorrere a forme più o meno mascherate di sussidi. Ma forse proprio le peculiarità del settore (che richiede ingenti finanziamenti in R&S) possono avere spinto gli Stati nazionali a mettere a fattor comune la propria forza, industriale e politica, per cercare altrove (nelle istituzioni europee e nei mercati internazionali) risorse che a livello domestico non sono più reperibili.

In questo scenario il fatto stesso che si discuta non astrattamente di una fusione transnazionale di un simile rilievo dà conto di un’evoluzione da trattare comunque con grande attenzione. Non v’è dubbio, infatti, che l’operazione potrebbe rivelarsi di portata storica per l’economia europea. Nascerebbe un gigante globale, saldamente legato alle tre principali economie europee – Germania, Gran Bretagna, Francia – e alla Spagna, che potrà comunque trarne giovamento per la propria filiera industriale già presente in EADS. Un gigante figlio di due soggetti oggi concorrenti che hanno rivaleggiato in tante vicende industriali, su scala europea e mondiale, ma che hanno anche una consuetudine alla collaborazione, come spesso accade in questo settore (in Eurofighter, Tornado e MBDA).

Per la competitività dell’industria europea sarebbe un passo avanti. Altrettanto importanti potrebbero essere le conseguenze per l’Italia. Importanti ma non tali da poter essere salutate positivamente. Al cospetto di un gigante di simili proporzioni, la taglia del nostro campione nazionale, Finmeccanica, la più importante impresa del Paese nel settore dell’alta tecnologia, ne uscirebbe marginalizzata, con ripercussioni facilmente intuibili sul versante strategico, di competizione sul mercato globale e capacità di tenuta, anzitutto per quanto concerne, appunto, l’innovazione.

Di certo c’è, dunque, che oggi più che mai non si può stare fermi. Che la fusione vada in porto oppure no, l’Italia deve reagire e mettere rapidamente in campo un pensiero lungo e iniziative all’altezza della sfida. Se il rischio è il declino del Paese, l’industria dell’aerospazio e della difesa non può diventare periferia rispetto a un centro che, prepotentemente, pare spostarsi altrove.

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