Alle riforme si lega la vita della legislatura

Il Presidente Enrico letta interviene alla CameraPubblichiamo il testo dell’intervento del Presidente del Consiglio, Enrico Letta, in occasione del dibattito sulle riforme costituzionali svoltosi alla Camera.

Onorevoli colleghi, il 22 aprile in questa Aula ascoltavamo tutti il discorso di insediamento del Presidente della Repubblica appena rieletto, il Presidente Giorgio Napolitano.

In quel discorso il Presidente della Repubblica, che era stato rieletto a larga maggioranza da questo Parlamento, esprimeva dei concetti molto forti sulla necessità di affrontare il tema delle riforme costituzionali come una delle principali modalità per ridare credibilità alla politica.

In quel discorso, il Presidente Napolitano richiamava tutti al dovere del linguaggio della verità. Oggi, con lo stesso dovere del linguaggio della verità, dobbiamo dirci che abbiamo di fronte una grande opportunità: l’opportunità di iniziare un percorso che ci porti a cambiare la nostra Costituzione nelle parti che l’hanno resa oggi non adeguata allo spirito dei tempi e alla necessità di efficacia e rapidità nelle decisioni che il nostro sistema richiede.

Quell’intervento del Presidente della Repubblica ha messo ognuno di noi fronte alle proprie responsabilità. E d’altronde ricordiamo tutti che dietro a quella discussione c’era stata una profonda crisi delle nostre istituzioni nei giorni in cui qui, in questa Aula, cercavamo tutti insieme una soluzione alla difficoltà di individuare una figura di Presidente della Repubblica largamente condivisa. Quella crisi ha reso evidente come il nostro sistema avesse bisogno di una discussione attorno alla sua norma principale e soprattutto attorno alla necessità di un suo cambiamento.

Aiutano sicuramente il nostro confronto i risultati del lavoro delle due Commissioni nominate a fine marzo dal Presidente della Repubblica, in particolare la Commissione sulle questioni costituzionali: risultati utili e importanti che consideriamo tra gli elementi degni di maggiore interesse.

Ma nel frattempo, onorevoli colleghi, quello che è accaduto, soprattutto negli ultimi giorni, mi porta a ritenere che il nostro dibattito si è caricato di ulteriori valori e di ulteriore significato. Domenica e lunedì i cittadini italiani di molte città hanno di nuovo votato: 7 milioni di elettori chiamati alle urne, in tante città, in particolare nella capitale del nostro Paese.

Al di là delle diatribe su chi ha vinto o chi ha perso queste elezioni, sul secondo turno che ci sarà tra dieci giorni, credo che tutti, dagli osservatori a tutti noi che siamo in quest’Aula, possiamo condividere una stessa valutazione, a prescindere dalla soddisfazione o meno sul risultato del voto: quando nella capitale del nostro Paese vota solo un elettore su due, vuol dire che nessuno di noi può essere contento per lo stato di salute della nostra democrazia.

Il tasso di astensione così elevato, riscontrato nelle ultime elezioni amministrative, è un campanello d’allarme fortissimo per la discussione che oggi qui comincia. Vorrei partire proprio da questo: la preoccupazione sullo stato di salute della democrazia di un Paese in cui così tanti elettori decidono di non esprimere il loro diritto al voto ci deve spingere ad intervenire nel tempo più rapido possibile, sapendo che è a partire da questo intervento che poi deriva tutto il resto delle discussioni nel merito – che dobbiamo affrontare, che stiamo affrontando, che il Parlamento sta affrontando. Come si fa a pensare che la nostra democrazia funzioni, se tanti italiani ritengono di non andare a votare quando hanno il diritto di farlo?

Ecco perché oggi questo nostro confronto, che era stato incardinato da diversi giorni, da diverse settimane, assume un’importanza e – permettetemi di usare un termine forse un po’ forte – una  drammaticità ben superiore rispetto a quanto potevamo immaginare. Il voto di domenica e lunedì dimostra che la nostra democrazia necessita di interventi fondamentali sulle questioni centrali, altrimenti la lontananza e il distacco ci porteranno ogni volta, certo, a dire chi ha vinto e chi ha perso, ma soprattutto ad ammettere che ha perso complessivamente la nostra democrazia.

Questa è la posta in gioco della discussione di oggi. Ed ecco perché credo sia importante che un mese dopo il voto di fiducia a questo Governo siamo qui, per cercare di avviare una fase di revisione costituzionale, a cui attribuisco grande rilievo, tanto da aver indicato  la riforma della politica fra le tre grandi priorità nella richiesta del vostro voto di fiducia: siamo partiti proprio dalla credibilità della politica e delle istituzioni, insieme all’Europa e al cambio di linea nelle politiche europee, insieme all’economia e alla necessità di far ripartire la crescita.

Oggi, giorno nel quale l’Italia esce dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, tra le raccomandazioni della Commissione europea tornano quelle parole che molto spesso sono state usate in questi anni e vengono usate nei confronti di tutti i Paesi che fanno fatica a crescere: bisogna fare le riforme strutturali. Dietro a questa parola troppo spesso si nasconde una cortina fumogena. Ma cosa sono le riforme strutturali?

Io qui vorrei suggerire – a me stesso innanzitutto – che quella che comincia oggi qui è forse la più importante delle riforme strutturali del nostro Paese. Una riforma strutturale che ridia credibilità alle istituzioni, che dia la capacità di decidere rapidamente nell’accezione più rappresentativa e qualitativamente forte, sapendo che in un Paese democratico grande come il nostro l’inefficienza delle istituzioni è un costo per i cittadini e per la competitività del nostro sistema.

Se abbiamo istituzioni che non riescono a decidere, se abbiamo troppa burocrazia, se abbiamo meccanismi decisionali che non giungono nei tempi giusti al loro completamento, il risultato è l’abbassamento del tasso di competitività del nostro sistema. Questo è uno degli elementi che ci sprona ad affrontare la questione con la massima urgenza. Essa è tanto urgente che nelle dichiarazioni programmatiche alle quali avete dato la fiducia un mese fa c’era una data, un limite temporale. Credo che sia importante oggi ricordare questo limite e ritengo che sia importante il suo richiamo nella mozione della maggioranza. Diciotto mesi è l’orizzonte giusto, credo, perché la nostra Costituzione – che noi ovviamente rispettiamo e sulla quale le modifiche della legge costituzionale che partirà adesso intervengono in modo minimo, ma essenziale per essere più veloci ed efficaci nelle decisioni – essendo una Costituzione rigida ci dice ovviamente che c’è bisogno di tempo. Questi diciotto mesi sono il giusto compromesso tra la rigidità dell’articolo 138 e la necessità di correre, perché servono cambiamenti, per avere istituzioni rinnovate che siano in grado di decidere.

Diciotto mesi – come vi ricorderete – sono il tempo che il Governo si era dato per considerare la propria missione di motore che cerca di far sì che questa riforma delle istituzioni parta e riesca ad andare fino in fondo, sapendo che essa riguarda il Parlamento e deve trovare nella centralità del Parlamento la sua culla naturale. C’è bisogno, però, di un impegno politico. Troppe volte i nostri cittadini si sono sentiti raccontare negli anni e nei decenni scorsi che il Parlamento riformava la Costituzione: troppe bicamerali, troppe commissioni, troppe promesse non mantenute. Ecco perché dare un orizzonte temporale trasmette il senso della serietà di un impegno che tutti insieme ci prendiamo: diciotto mesi entro i quali bisogna che questo processo sia giunto a compimento, sapendo che passa attraverso la centralità del Parlamento – lo dico, in particolare, a coloro che hanno espresso in queste ore e in questi giorni rilievi critici su questo cammino.

Questo percorso, credo, mette insieme l’esigenza di dare centralità al Parlamento, a cui si sono richiamati molti che sono intervenuti questa mattina nell’illustrare le mozioni – Riccardo Fraccaro e Stefano Quaranta, in particolare, si sono concentrati su questo punto. Questo percorso che inizia oggi non solo rispetta la centralità del Parlamento, quindi, ma la unisce con la necessità di far sì che non si coniughi con una lentezza che sarebbe in contrasto con l’esigenza che attorno a noi sentiamo così forte. La centralità del Parlamento non significa solo che sarà questa Commissione di quaranta componenti delle Commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato il motore del percorso riformatore, ma che ogni parlamentare sarà protagonista e non sarà spogliato del suo diritto-dovere di vigilare e di proporre. Le due Camere avranno la possibilità di essere anch’esse protagoniste.

Ma, aggiungo, questo percorso che proponiamo al Parlamento ed è contenuto nelle mozioni della maggioranza, oltretutto, aggiunge un concetto a mio avviso fondamentale: nella previsione finale – voglio questo esprimerlo soprattutto nei confronti dei cittadini che ci stanno ascoltando e dei gruppi parlamentari di opposizione – al termine di questo percorso si prevede espressamente l’intervento della voce dei cittadini, il referendum, per porre una clausola finale di legittimazione completa. È  un cammino che così mette insieme la centralità del Parlamento, lo stimolo forte di scienza giuridica che verrà dalla commissione che il Governo nominerà immediatamente e che, mentre la legge costituzionale farà il suo corso per far nascere la commissione dei quaranta, sarà in grado– credo e spero – di rappresentare tutte le correnti culturali del nostro Paese e far sì che il dibattito attorno alla coerenza del sistema, poi da discutere e approvare, sia il più culturalmente elevato possibile e, alla fine, il giudizio dei cittadini.

In questo percorso – mi riferisco a molti degli argomenti che sono stati posti anche qui stamattina: l’intervento di Fraccaro in particolare concentrava la sua attenzione su questo punto – vogliamo che la partecipazione dei cittadini italiani ci sia sin dall’inizio, sin da domani, attraverso una consultazione pubblica che userà la rete e sarà fondamentale. Dobbiamo tenere conto innanzitutto dei territori. Bragantini stamani ha citato – credo che sia senz’altro giusto e l’ha ripetuto molte volte – il concetto di sussidiarietà nel metodo e nel merito della nostra discussione. Siamo totalmente d’accordo: sappiamo che c’è un forte bisogno di toccare tutti gli argomenti che rendono il nostro sistema incapace di dare risposte, oggi, alla voglia di partecipazione dei cittadini, conservando però la necessità di agire in tempi stretti.

Abbiamo bisogno di dire la parola finale su tante promesse che tutti i partiti politici hanno fatto: la riduzione del numero dei parlamentari, anzitutto; e la fine del bicameralismo paritario, due Camere uguali nei loro poteri che però oggi, per via della legge elettorale, hanno due maggioranze diverse pur essendoci lo stesso numero di voti. Questa contraddizione evidente è uno degli elementi sui quali la nostra attenzione dovrà concentrarsi. Prendiamo l’impegno, come ho detto nel discorso sul quale il Parlamento ha dato la fiducia, di superare il bicameralismo paritario e arrivare quindi ad un’unica Camera che abbia il potere di dare la fiducia al Governo e soprattutto alla creazione di quel Senato delle autonomie e delle regioni che renda protagonisti i nostri territori e la sussidiarietà – citavo prima questa parola. Troppe volte in questi anni abbiamo visto le parti politiche discutere e cambiare la Costituzione. Ogni riforma, se approvata a maggioranza stretta gli uni contro gli altri, ha finito per creare situazioni complesse che oggi siamo chiamati a risolvere.

Ecco perché questo è un percorso così importante e così complesso, ma ecco perché ad esso si lega – io credo – la vita di questa stessa legislatura. La vita di una legislatura che è chiamata, anche per via di quello che è successo domenica e lunedì, – Andrea Mazziotti questa mattina ha insistito molto su questo punto e ha fatto bene – alla responsabilità di compiere scelte tempestive e condivise il più possibile.

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