Dinanzi a quel che accade a Lampedusa l’Europa non può stare a guardare, se lo fa muore

Enrico Letta, 1st, José Manuel Barroso, 2nd, Giusi Nicolini, 4th, and Cecilia Malmström, 5th, paying tribute to the victims, in front of their coffins (in the foreground, from right to left)

Il testo delle comunicazioni del Presidente Letta alla Camera dei Deputati sul Consiglio UE del 24 e 25 ottobre 2013.

 

Signora Presidente, onorevoli deputati, in quest’Aula più volte negli ultimi mesi abbiamo parlato dell’Europa che non basta, abbiamo parlato dell’Europa presa dentro le proprie contraddizioni; abbiamo parlato dell’Europa che ha smarrito la sua anima in balia di discussioni interminabili su procedure, veti, acronimi incomprensibili ai cittadini. Abbiamo parlato dell’Europa che la parola «solidarietà» ce l’ha scritta, sì, nei Trattati, ma che poi non riesce ad esercitarla quando uno dei propri Stati membri è in difficoltà.

Il Consiglio europeo che si apre il 24 e 25 ottobre a Bruxelles sarà l’occasione per iniziare a discutere di un’Europa diversa. Lo sarà per le questioni che il Consiglio aveva stabilito sin dal marzo scorso di porre in agenda: l’economia digitale, l’innovazione, l’unione economica e bancaria, temi centrali per risvegliare le energie dell’economia europea e per provare a riattivare la crescita che non c’è e di cui c’è bisogno.

Ma lo sarà a maggior ragione perché, nella sala del Consiglio, entreranno per la prima volta il dolore, la morte, il senso di frustrazione e vergogna che la tragedia di Lampedusa ha recato e continua a recare con sé.

Dinanzi a quel dramma non possiamo conformarci a quella «globalizzazione dell’indifferenza» sulla quale da Papa Francesco sono giunte parole durissime e appropriate. Ancor di più non possiamo consentire che essa si trasformi nell’europeizzazione dell’indifferenza.

L’Europa per la sua stessa storia, per le sue più profonde e nobili ragioni fondative non può stare a guardare: se lo fa, l’Europa muore. Muore insieme alle centinaia di uomini, donne, bambini che perdono la loro vita mentre cercano un’occasione di salvezza o di riscatto lontani, drammaticamente lontani, dalla propria casa e dal proprio Paese.

L’Unione è stata distante per troppi anni. Oggi inizia a non esserlo più forse. Qualche giorno fa il Presidente della Commissione Barroso e la commissaria Malmström sono venuti a Lampedusa e hanno deciso di mobilitare da subito fondi supplementari per il 2013. Sono grato a loro, alla loro visita e al loro impegno, così come sono grato al Presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, per aver accolto la richiesta italiana di porre la gestione dell’immigrazione nel Mediterraneo in cima alla priorità di questo Consiglio europeo in modo improvviso. Mi auguro che a tali decisioni seguano atti immediati.

L’impegno del Governo italiano sarà tutto indirizzato in questo senso.

Onorevoli deputati, dunque, l’agenda che ci apprestiamo a discutere a Bruxelles sarà varia e molto articolata. I punti sono cinque: economia digitale, innovazione, unione economica e monetaria, politiche economiche e sociali e, prima di tutto, immigrazione.

Parto da qui, da ciò che ci sta più a cuore. I fatti e i numeri del dramma che si consuma nel Mediterraneo sono purtroppo noti. Non ammettono esitazioni, non consentono ulteriori indugi. Da subito abbiamo rafforzato le operazioni di pattugliamento e di salvezza lanciando la missione militare e umanitaria Mare Nostrum. L’Italia si è assunta fino in fondo la sua responsabilità prima ancora di qualunque decisione europea. Fatemi dire che è così che fa un grande Paese, un grande Paese che nel Mediterraneo ha grandi responsabilità come l’Italia.

Ogni sforzo diplomatico o militare necessita, comunque, della collaborazione degli altri Stati europei e di quelli mediterranei in particolare. Siamo per questo in stretto contatto innanzitutto con Francia e Spagna, proprio con l’intento di mettere a punto una posizione condivisa da sostenere al Consiglio e con lo stesso scopo ieri ho incontrato, qui a Roma, il Primo Ministro greco Samaras e, a breve, mi recherò a Malta per incontrare il Primo Ministro Joseph Muscat.

Ciò che, tuttavia, ancora manca è la consapevolezza che tutta l’Unione, non soltanto i Paesi del Mediterraneo, debba avvertire questa emergenza come la propria emergenza, questo problema come il proprio problema europeo. Le coste siciliane e l’isola di Lampedusa non sono la periferia italiana, sono l’avamposto del continente, la frontiera comune e violata, il primo lembo di Europa.

Porteremo al Consiglio la testimonianza diretta, spaventosa, di quanto accade oggi nel Mediterraneo, con un pensiero molto netto: nessuno si illuda che queste tragedie siano episodi occasionali o destinati a esaurirsi con l’arrivo del cattivo tempo. Sono l’epilogo di una fuga di massa, una fuga dalla guerra, dalla miseria, dalla violenza, dal terrorismo, dalla mancanza di un orizzonte di sopravvivenza. Sono la conseguenza della prospettiva incerta, e per certi versi tradita, delle primavere arabe. Nessuno da solo può farcela.

Ogni volta che avviene quanto accaduto nelle settimane scorse, la campana suona per tutti: per l’Europa unita e per ciascuno dei suoi Stati membri, anche il più lontano del Mediterraneo. Di fronte a tutto questo dobbiamo avere la forza di rifuggire dalle soluzioni semplicistiche, dalle banalizzazioni di cui troppo spesso si nutre il dibattito pubblico. Dobbiamo dimostrare la saggezza di distinguere tra risposte immediate, in funzione dell’emergenza, come abbiamo fatto con l’operazione Mare Nostrum, e prospettive di medio e lungo termine.

In termini più semplici, alcune azioni concrete possono e devono essere decise subito dall’Italia e dall’Europa. Altri cambiamenti necessitano, invece, di più tempo per essere davvero efficaci. Distinguere le une dagli altri e modulare le rispettive risposte attiene alla leadership politica italiana ed europea.

Per tutti questi motivi, chiederemo al Consiglio di giovedì e venerdì, intanto, quattro impegni precisi.

In primo luogo, il riconoscimento che il dramma di Lampedusa e delle coste mediterranee è questione europea. Per evitarne il ripetersi l’Europa deve assolutamente fare di più, ciò nello spirito di responsabilità comune e solidarietà stabilito dall’articolo 80 del Trattato. Non è una tecnicalità, non è un formalismo. Se si riconosce questo, le conseguenze poi sono conseguenze concrete, quelle alle quali noi teniamo di più.

Secondo punto: misure immediate per mettere in atto la rete europea di sorveglianza delle frontiere esterne, Eurosur, la data del 2 dicembre, e rafforzare soprattutto l’operatività di Frontex, con l’avvio di una grande operazione nel Mediterraneo e l’aumento delle risorse stanziate dagli Stati membri. A questo proposito, permettetemi pubblicamente qui di ringraziare la Slovenia, che ha messo a disposizione una propria nave per l’operazione Mare Nostrum, e la Finlandia, che ha fatto lo stesso. Segnali incoraggianti da Paesi piccoli dell’Unione europea, ma che dimostrano come la solidarietà, quando viene messa in campo, è un fatto concreto e importante. L’Europa dei popoli esiste, si costruisce anche così, attraverso l’assunzione matura e consapevole delle responsabilità.

In terzo luogo, chiediamo che la task force Italia-Commissione, che sarà costituita giovedì, aperta agli Stati membri interessati, elabori un piano d’azione per la gestione dell’emergenza migratoria nel Mediterraneo in questa crisi, che contempli il rafforzamento di Frontex, la lotta alla tratta degli esseri umani, la cooperazione con i Paesi di origine e di transito, e soprattutto la gestione dell’emergenza dei minori non accompagnati, che rappresenta per noi, oggi, dentro il dramma, il dramma più grande.

Queste proposte devono essere rapidamente presentate al Consiglio europeo per far sì che il Consiglio di dicembre, alla fine di questo semestre, possa tradurle in decisioni rapide e operative.

Quarto punto: vogliamo che l’Unione europea investa tutto il suo peso politico nel dialogo con gli Stati vicini del Mediterraneo, per integrare le questioni migratorie negli accordi di cooperazione, concludere partenariati per la mobilità e la sicurezza con gli Stati della sponda sud, favorire il ritorno e il reinsediamento dei migranti nei Paesi di origine e di transito.

Al di là delle misure specifiche e immediate, è evidente a tutti che il dramma che stiamo vivendo esige una riflessione generale sulle politiche comuni di asilo e di immigrazione dell’Unione. Sono politiche adeguate? Io credo di no. Capire in che modo possiamo migliorarle è un imperativo centrale e urgente, che farà parte del semestre di Presidenza italiano e, prima ancora, di quello greco. Proprio ieri, all’incontro con il Primo ministro greco Samaras, abbiamo messo a punto un gruppo congiunto che gestirà insieme le due Presidenze, per far sì che il 2014 sia l’anno in cui la svolta sulle politiche migratorie entri nell’agenda europea con i fatti.

Mediterraneo e politiche di asilo e immigrazione saranno al centro di questo 2014. Per quanto ci riguarda, è una delle questioni essenziali che pongo all’attenzione di questo Parlamento, non solo in vista del Consiglio europeo di giovedì e venerdì, ma anche e soprattutto in vista dell’agenda che insieme, Parlamento e Governo, dobbiamo mettere a punto nella sessione dell’Assemblea parlamentare che avremo nei prossimi mesi per la preparazione al semestre.

La volontà del Governo c’è tutta e per noi questa deve essere la grande priorità del 2014. La discussione di giovedì e venerdì sarà decisiva per metterci sui binari giusti. Non accetteremo a Bruxelles compromessi al ribasso.

Tornando agli altri temi dell’agenda del Consiglio europeo, l’altro capitolo – lo citavo prima –, che prima dell’irruzione del problema dell’immigrazione rappresentava sicuramente il tema principale dell’agenda, è quello dell’economia digitale. Questa era, orientativamente e preventivamente, la questione chiave del Consiglio europeo. È la prima volta che l’Unione affronta la materia con un simile grado di solennità. Ce ne occuperemo giovedì e venerdì in quattro declinazioni: il mercato realmente unico delle telecomunicazioni, cosa che non è mai accaduta, non esiste ancora ed è fondamentale, invece, porre in opera; l’e-commerce e dei nuovi servizi on-line; la generazione di posti di lavoro attraverso lo sviluppo delle nuove competenze; la riforma strutturale della pubblica amministrazione attraverso l’economia digitale.

Parto dal primo aspetto: le telecomunicazioni. Vent’anni fa, l’Europa aveva una leadership assolutamente marcata e insostituibile nel settore della telefonia mobile. Ne è scaturita una lunga fase di crescita, della domanda e degli investimenti. Oggi, invece, il settore è in grandissima sofferenza in tutta Europa: la saturazione del mercato, il venir meno delle condizioni indispensabili per mantenere un livello adeguato di investimenti. Allo stesso tempo, la forte accelerazione dei servizi digitali in tutti i settori dell’economia – dai servizi all’industria, alla logistica – lascia presagire nuovi spazi di crescita.

Perché questo chiaroscuro ? Perché la regolamentazione europea ha aperto i mercati nazionali, ma abbiamo ancora ventotto mercati con regole, regolatori e prassi amministrative diversi. Non ci fermiamo più – è vero – alle frontiere per esibire un passaporto, ma riceviamo un sms che ci annuncia che dobbiamo cambiare operatore a pagare il roaming per il cambio della frontiera. Gli Stati Uniti hanno quattro operatori, la Cina ne ha tre, l’Europa ne ha cento. Il costo della non Europa in questo campo è stimato, all’incirca, in 110 miliardi di euro l’anno di costi in più per il consumatore e di assenza di competitività, visto che la dimensione di scala è, invece, decisiva, come dicevamo prima col paragone con la Cina e con gli Stati Uniti.

La base di discussione sarà, quindi, il pacchetto «Connected continent» presentato dalla Commissione europea. Esso contiene un’ambiziosa proposta di regolamento per il completamento del mercato unico delle telecomunicazioni. Su questo aspetto, l’Italia si farà portatrice di un messaggio di fiducia e stimolo, che possa portare a raggiungere una visione condivisa del futuro digitale per l’Europa.

Si tratta di sposare definitivamente la prospettiva di un vero mercato unico delle telecomunicazioni con gestione europea delle licenze e dello spettro, tenendo conto delle situazioni nazionali e delle necessità di promuovere gli investimenti, i diritti dei consumatori, l’omogeneità dei prezzi e degli standard qualitativi, nella prospettiva di un regolatore unico sovranazionale. Le infrastrutture digitali e logiche devono naturalmente poggiarsi su infrastrutture fisiche; ci batteremo affinché le fonti di finanziamento europeo, a partire dai fondi strutturali, e della Connecting Europe Facility siano orientate maggiormente verso la costruzione delle reti a banda larga e ultra larga.

L’altro grande versante, lo citavo prima, è quello del commercio on-line. In questo campo c’è un potenziale ancora largamente non sfruttato in Europa e, soprattutto, purtroppo, in Italia. Noi ci adopereremo affinché dal Consiglio europeo arrivi un messaggio forte, chiaro, sulla necessità di superare quei colli di bottiglia che impediscono il decollo dei servizi del commercio on-line, a partire dalla facilitazione dei pagamenti elettronici e dalla maggiore protezione dei consumatori. Su questo terreno saranno discusse anche due questioni molto delicate: la protezione dei dati personali, necessaria anche alla luce delle rivelazioni relative ad operazioni di ascolto delle comunicazioni elettroniche, e la tassazione degli operatori Internet transnazionali.

Affronteremo, inoltre, i nodi nel ritardo europeo nelle competenze digitali di giovani, imprese e pubblica amministrazione. Sono le persone e i saperi le gambe su cui poggiare il mondo digitale del futuro. Noi crediamo nell’importanza di questa dimensione, come dimostrano i fondi stanziati nel decreto-legge “L’istruzione riparte” in materia di wireless negli edifici scolastici. Dobbiamo essere chiari: questa è una battaglia per creare occupazione. Nei prossimi due anni senza competenze adeguate potremmo avere quasi un milione di posti di lavoro non coperti nel digitale, un paradosso assolutamente intollerabile.

Infine, l’Agenda digitale è la principale riforma strutturale della pubblica amministrazione, è la scossa per restituire efficienza ai servizi, ridurre i costi, attenuare il divario tra i cittadini e le istituzioni. In questo, Agenda digitale italiana ed europea sono assolutamente allineate. Dal punto di vista nazionale, nei mesi scorsi il Governo ha impresso un nuovo impulso all’Agenda digitale, consegnando una regia unitaria alla Presidenza del Consiglio e nominando un commissario nella persona di Francesco Caio. Porterò questa esperienza al Consiglio europeo perché la stessa trasformazione deve avvenire anche a livello europeo. Standard minimi comuni di digitalizzazione dei servizi pubblici e privati, infrastrutture digitali interoperabili a livello europeo significano andare verso una vera “unione digitale” basata sulla cittadinanza digitale europea.

Il terzo argomento del Consiglio sarà, come dicevo prima, l’innovazione. L’Europa è ricca di potenzialità e ha una straordinaria tradizione di ricerca, eppure perdiamo terreno nel confronto globale. Il Consiglio dovrà dare un segnale che ricerca e innovazione non possono essere sacrificate sull’altare della sola austerity e dei tagli; è una scelta suicida che mortifica proprio le fonti da cui deriva la crescita futura. Vogliamo quindi un’inversione di tendenza a livello europeo e a livello nazionale.

Un altro nodo è quello della capacità di trasformare il potenziale scientifico e intellettuale europeo in prodotti e servizi effettivamente commerciabili. Oggi questo non accade. Vi sono ostacoli burocratici, limiti del regime della proprietà intellettuale, difficoltà nell’accesso al finanziamento. Dal Consiglio europeo deve arrivare l’impulso ad un uso più coordinato di tutti gli impegni finanziari europei esistenti.

Un altro punto, ancor più importante, è il completamento dello spazio europeo per la ricerca. L’obiettivo è realizzare un’area senza frontiere entro il 2014. Per questo è necessario un cambio di passo come hanno invocato, nel documento presentato al Parlamento europeo, due autorevoli parlamentari italiani, Amalia Sartori e Luigi Berlinguer, che hanno chiesto una “Maastricht della ricerca”, una felice formula ricordata anche oggi in un loro articolo su Il Sole 24 Ore. Tutto questo non vuol dire forzare dall’alto una costruzione artificiale, ma costruire le condizioni minime affinché la ricerca europea esca dai recinti nazionali.

Mobilità dei ricercatori, portabilità dei diritti previdenziali e pensionistici dei ricercatori, portabilità dei finanziamenti, accesso aperto ai risultati ottenuti con finanziamenti pubblici, maggiore interazione tra i 28 centri di ricerca nazionali: sono tutti temi su cui ci batteremo, a partire dal Consiglio di giovedì e venerdì, e su cui abbiamo intenzione di scommettere nel nostro semestre di Presidenza dell’Unione europea.

Infine, il completamento dell’unione economica e monetaria. Quella di giovedì e venerdì sarà una tappa intermedia. Secondo lo schema concordato a giugno, la discussione ci concentrerà sull’unione economica e soprattutto sull’unione bancaria, nonché sulla dimensione sociale dell’unione monetaria. Il Consiglio europeo tornerà su tutti e quattro i capitoli a dicembre, quando dovranno arrivare decisioni concrete, e ovviamente avremo modo di ridiscuterne in quest’Aula prima del Consiglio europeo di dicembre, come accade alla vigilia di ogni Consiglio europeo. Tuttavia, benché quello di giovedì e di venerdì sia un passaggio intermedio, non voglio minimamente sottovalutarlo. Anzi, la zona euro ha bisogno di maggiori convergenze. Se fatte insieme, in modo coordinato, le riforme strutturali nazionali danno effetti maggiori. Invece, con la crisi la divergenza tra le economie e le politiche economiche dentro l’area dell’euro e tra nord e sud Europa è ulteriormente aumentata, per non parlare della differenza, dentro i singoli Paesi, tra le diverse classi sociali. Su questo punto porteremo un messaggio chiaro. Abbiamo uno schema, il semestre europeo, e un insieme di regole che stanno dando buoni risultati. La strada per uscire dalla crisi non è costruire nuove gabbie di procedure, monitoraggi, sanzioni; non è mai stata e mai sarà il modello intergovernativo. La strada per rafforzare la visione unitaria dei problemi è creare un maggiore equilibrio tra quanto è chiesto agli Stati in surplus e quanto chiesto agli Stati in deficit. Ci batteremo perché si vada verso una vera e propria politica economica della zona euro come base per distribuire, tra ciascuno degli Stati membri, lo sforzo di aggiustamento.

Ribadiremo un orientamento su cui insistiamo da tempo: non può esserci progresso nel rafforzamento della sorveglianza e del coordinamento delle politiche economiche nazionali senza la creazione di meccanismi di assistenza finanziaria per facilitare l’attuazione delle riforme strutturali nei Paesi in difficoltà. La disciplina delle finanze pubbliche e i sacrifici sono necessari, ma sono giustificati e accettabili politicamente e socialmente se poi c’è una ricompensa, una svolta positiva, una prospettiva. Per uscire dalla crisi, la via giusta è quella che unisce maggiore responsabilità e maggiore solidarietà.

Abbiamo inoltre di fronte a noi il meccanismo del completamento dell’unione bancaria. Dopo l’approvazione definitiva del meccanismo unico di vigilanza bancaria, che diventerà operativo tra 12 mesi, il terreno di confronto riguarda oggi la creazione di un sistema di risoluzione unico delle crisi bancarie, come proposto dalla Commissione europea, nel luglio scorso, dopo le decisioni del Consiglio di giugno. Si è aperta una discussione oggi – e questo è un punto cruciale – tra chi vuole un meccanismo di tipo intergovernativo, in cui ogni Stato può porre il veto alle decisioni relative alle sue banche nazionali, e chi, tra cui noi, l’Italia, chiede un meccanismo sovranazionale garantito da un backstop dotato di risorse europee. Il Governo si batterà perché vi sia un chiarimento politico che porti a confermare il calendario concordato al Consiglio europeo del dicembre scorso. La proposta di meccanismo unico di risoluzione dovrà essere adottata entro la fine di questo Parlamento europeo, non spostata ulteriormente in avanti. È inoltre importante che si eliminino gli ostacoli che ancora rimangono all’adozione delle altre proposte legislative. Terremo lo stesso atteggiamento riguardo all’esercizio di valutazione complessiva degli attivi bancari, cui tutte le banche europee della zona euro dovranno sottoporsi nel 2014 affinché la Banca centrale europea possa assumere i nuovi compiti come supervisore unico. Anche qui ricorderemo che occorre mettere in campo strumenti europei, non solo nazionali, per salvaguardare il mercato da inutili crisi di fiducia.

Vengo infine alla dimensione sociale dell’unione economica e monetaria.

Il Consiglio giovedì e venerdì farà finalmente un primo passo, che secondo noi è molto importante, per riconoscere l’impatto sociale della crisi a livello europeo sulla crescita della disoccupazione, della povertà, delle disuguaglianze. Queste istanze non sono preoccupazioni di secondo rango rispetto ai target fiscali o alla competitività. Vanno assolutamente di pari passo; anzi, debbono venire prima. L’obiettivo, dunque, è introdurre un nuovo social scoreboard e una maggiore considerazione delle variabili sociali nelle analisi che basano le raccomandazioni rivolte a tutti gli Stati membri, e ciò già a partire dal prossimo ciclo del semestre europeo. Noi crediamo nella necessità di un approccio più equilibrato tra politiche economiche e politiche sociali del lavoro a livello europeo. Siamo stati apripista quando abbiamo organizzato qui a Roma a giugno la riunione congiunta dei Ministri dell’economia e del lavoro dei quattro grandi Paesi dell’eurozona. La stessa formula è stata replicata dalla Presidenza russa del G20 di San Pietroburgo: mettere insieme Ministri dell’economia e delle finanze e Ministri del lavoro è la nuova strada con la quale costruire il cuore delle politiche economiche europee.

Chiudo con un accenno all’ultimo capitolo del Consiglio europeo. Si farà il punto sui progressi compiuti in tre cantieri aperti lo scorso giugno, su cui si è incentrata la nostra discussione in questa stessa Aula. Si tratta di tre capitoli che stanno molto a cuore a noi e all’Italia: la lotta alla disoccupazione giovanile, innanzitutto; il finanziamento dell’economia reale; la riduzione del peso della regolazione sulle imprese e sui cittadini.

Sul fronte della disoccupazione giovanile, il Consiglio europeo considererà lo stato di attuazione dell’Iniziativa europea per l’occupazione, che dovrà essere pienamente operativa entro gennaio 2014 e richiamerà l’attenzione sulla necessità della rapida attuazione della garanzia per i giovani. Su questo il Governo sta ultimando il suo piano nazionale che trasmetterà nei tempi previsti. Intanto, è partito lo schema di incentivazione dell’assunzione di giovani lavoratori, frutto delle decisioni ottenute al Consiglio europeo di giugno. Ha portato, nei primi 20 giorni del click day per l’ottenimento di quei finanziamenti, all’identificazione di 11.800 richieste sul piano nazionale in soli 20 giorni; 11.800 persone che grazie a questa iniziativa italiana ed europea avranno una prospettiva di lavoro a tempo indeterminato. Questo segnale è certo il primo, è piccolo, ma 11.800 persone che riescono ad ottenere un posto di lavoro a tempo indeterminato rappresentano per noi il segno che la strada è quella giusta e che bisogna continuare a batterla.

Quanto al finanziamento dell’economia, il Consiglio esaminerà lo stato di attuazione dell’Investment Plan for Europe, in particolare l’attuazione delle misure volte al finanziamento delle piccole e medie imprese tramite un blending tra i fondi BEI e le risorse del bilancio dell’Unione, da utilizzare come garanzia.

Questo Consiglio europeo dunque tratterà un insieme variegato di temi: esiste un filo rosso che li unisce? Ne suggerisco due: il primo è la concretezza. Secondo l’Eurobarometro, una larga maggioranza degli europei non sa a cosa serve l’Unione europea; il Consiglio deve dimostrare coi fatti che l’Europa si occupa di cose concrete, comprensibili, non di acronimi e concetti astratti e incomprensibili. Cose concrete: dalle tariffe roaming al commercio elettronico; dalla gestione del dramma delle immigrazioni, all’accesso al credito delle imprese; dalla mobilità dei ricercatori alla digitalizzazione della pubblica amministrazione.

Il secondo filo comune deve essere l’integrazione. Nessuno Stato, oggi, ha la dimensione o la capacità di gestire le sfide di una società globale e complessa. Solo insieme noi europei possiamo fare la differenza; che si parli di futuro delle imprese delle telecomunicazioni, di rapporti con i Paesi della «primavera araba», di finanziamento dell’economia, di salvataggio dei migranti, dobbiamo superare gli steccati nazionali ed aprirci alla prospettiva europea.

Signora Presidente, onorevoli deputati, abbiamo l’occasione di fare questo salto in avanti sin da ora, così come avremo l’occasione l’anno prossimo, con il semestre a guida italiana, di trasformare i passi in avanti compiuti in questi mesi difficili nell’anteprima di una vera e propria rivoluzione nel modo di percepire e vivere l’Europa unita. Mi avete ascoltato accennarne a più riprese, anche in questo intervento: il semestre della seconda metà dell’anno prossimo ci darà l’opportunità di essere in prima fila nel costruire un’Europa dei popoli che sappia dimostrare ai propri cittadini di essere il progetto politico più ambizioso, più lungimirante, più concreto dal secondo dopoguerra ad oggi. Un’Europa dei popoli che possa essere orizzonte di pace, di prosperità, di modernizzazione.

Vorrei quindi partire da questo dibattito parlamentare per iniziare a mettere a punto le priorità comuni di Parlamento e Governo per la presidenza italiana dell’anno prossimo; ascolterò e ascolteremo con attenzione il dibattito in modo da trovare le indicazioni più utili per la vera e propria agenda del semestre, di cui discuteremo insieme nei mesi prossimi. Dobbiamo arrivare, pronti a questo appuntamento, forti dei tanti sacrifici affrontati negli ultimi anni, fieri del nostro europeismo, purché sia un europeismo fatto della concretezza dei risultati. Gli Stati Uniti d’Europa sono il sogno delle nostre generazioni; passo dopo passo, con saggezza, a partire da adesso, preparandoci bene alla gestione del semestre, abbiamo l’opportunità storica di dare corpo e sostanza a questa grande ambizione.

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