La maggioranza ci sarebbe stata comunque

Italy's Prime Minister Enrico Letta delivers a speech on October 2, 2013 at the Senate before today's confidence vote at the Parliament. Enrico Letta warned lawmakers ahead of a crucial vote of confidence today that the country ran a "fatal" risk as Silvio Berlusconi tries to topple his government. "Italy runs a risk that could be a fatal risk. Seizing this moment or not depends on us, on a yes or a no," Letta said in his address.  AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTEL’intervento del presidente del Consiglio, Enrico Letta, alla Camera dei Deputati in occasione del voto di fiducia del 2 ottobre 2013.

 

Signora Presidente, onorevoli colleghi,

questa mattina al Senato ho avuto modo di presentare un discorso ampio e articolato, con una serie di riferimenti programmatici. Questo discorso ampio e articolato lo consegno, lo consegno qui, e preferisco aggiungere alle cose che ho detto questa mattina alcune considerazioni che in parte sono una sintesi di quei ragionamenti, che sono scritti nel discorso, e in parte, ovviamente, considerazioni che prendono spunto da quello che è successo stamattina al Senato, con il risultato positivo dell’ottenimento della fiducia, e la spinta e gli spunti su quello che accadrà da adesso in poi, da domani.

Voglio ripartire dal punto essenziale. Noi cinque mesi fa ci siamo trovati qui in una situazione drammatica, in quella situazione drammatica a partire dal discorso del Capo dello Stato che scelse di accettare la richiesta pressante di essere di nuovo Presidente della Repubblica per la seconda volta, unico caso nella storia della nostra Repubblica. Venne qui e fece a tutti noi un discorso di una chiarezza cristallina e anche per certi versi, ce lo ricordiamo tutti, un discorso di una durezza evidente dalla quale voglio ripartire, perché in quel discorso c’era poi tutto il filo di ciò che è accaduto dopo: la necessità, immediatamente, di mettere mano a un Governo con una maggioranza larga che avesse alcuni obiettivi, obiettivi che potessero rapidamente andare a dei risultati.

Perché un Governo con una maggioranza larga? Perché semplicemente il nostro Parlamento, con questa legge elettorale, ha dato risultati di maggioranze diverse alla Camera e al Senato e con questi numeri, con queste forze politiche e con queste coalizioni, se si riandasse a votare, con questa stessa legge elettorale, sarebbe lo stesso. Quindi, la necessità di un Governo che sia in grado di affrontare rapidamente le tre emergenze che abbiamo messo alla base del programma di aprile. Queste tre esigenze sono ancora oggi tutte qui e io sono qui oggi a ripeterle, a ripeterle come titoli, sono sviluppate poi nel discorso programmatico e potete trovare lì gli spunti, ma sono le tre esigenze che ci ricordiamo tutti ogni giorno nella nostra azione quotidiana. La prima è sicuramente quella di natura istituzionale. Quell’impasse istituzionale che si creò allora è un’impasse istituzionale che è ancora di fronte a noi. Abbiamo bisogno rapidamente di andare al cambio delle nostre istituzioni nella modalità più rapida, migliore e più efficace possibile.

In questi cinque mesi è accaduto un fatto molto importante. Si è creato, dopo una serie di discussioni che abbiamo avuto anche qui in quest’Aula, il lavoro di quella «commissione dei saggi», che ha iniziato e completato il suo lavoro e ha proposto – ed è qui di fronte a noi quel lavoro – una serie di ipotesi e un impianto di ipotesi di riforma che rappresenta un grande passo avanti, a mio avviso. Un grande passo avanti perché ? Innanzitutto perché quella ipotesi di riforma rompe tutte le paure che in questi mesi si sono costruite attorno all’ipotesi di riforma costituzionale.

La Costituzione va cambiata, non si può immaginare di lasciare tutto esattamente com’è perché dentro la Costituzione c’è scritto il numero dei parlamentari e noi dobbiamo ridurre il numero dei parlamentari, quindi la Costituzione va cambiata; perché dentro la Costituzione c’è quell’impianto di bicameralismo paritario che non funziona e che è alla base dei problemi che ci portano, che ci hanno portato all’impasse politico che sappiamo. Un Parlamento fatto di due Camere, la Camera dei deputati e il Senato, con gli stessi poteri in una condizione unica nel resto delle democrazie europee. La necessità, quindi, anche qui di un cambiamento della Costituzione per evitare il bicameralismo paritario, oltre a una serie di altri fondamentali cambiamenti che sono necessari per rendere il nostro Paese più moderno e naturalmente più attento ad esigenze che sono fondamentali, penso alla riforma del Titolo V della Costituzione che regola i rapporti tra centro e periferia.

Ho citato tre grandi temi di cambiamento costituzionale, che sono tre temi inderogabili rispetto ai quali non c’è nessuno dei grandi principi costituzionali che vengono toccati e messi in discussione e in crisi; lo dico rispetto al gran dibattito che c’è stato da tante parti in questi mesi sulla paura che venisse toccato l’impianto centrale della nostra Costituzione. Nulla di tutto questo, sono i valori che vengono tradotti però in istituzioni che funzionino e non in istituzioni, come oggi purtroppo accade, che non funzionano.

Ecco perché oggi noi siamo in grado, avendo anticipato i   tempi di quel lavoro, e avendo quindi proposto un impianto di riforma costituzionale che è un impianto di riforma costituzionale equilibrato, funzionante e che non deve far paura a nessuno, non è uno stravolgimento dei principi costituzionali del nostro Paese, dei nostri valori che ci uniscono e ci accomunano tutti; funziona e soprattutto si può approvare in tempi rapidi.

Quel lavoro è stato fatto in anticipo rispetto a quanto si era previsto, quindi possiamo anche pensare di anticipare il cronoprogramma che ci eravamo dati: da oggi si può arrivare a celebrare il referendum sull’impianto complessivo della nostra Costituzione in dodici mesi. È possibile farlo, questo vuol dire che siamo in condizione di anticipare rispetto ai tempi che ci eravamo dati, entro la fine dell’anno prossimo avere quindi la formalizzazione della riforma, una riforma che rende il nostro Paese più funzionante e che rende le istituzioni quindi migliori.

Ovviamente qui dentro c’è la questione della legge elettorale, trovate nel testo l’impianto e i ragionamenti che mi sento di mettere, di fare, ovviamente il Senato è protagonista perché è in corso la procedura di urgenza in Commissione affari costituzionali al Senato e lì la possibilità, che noi vogliamo, e l’ho messo in questo discorso programmatico, assolutamente spingere e accelerare al di là di qualunque dialettica polemica che attorno a questo tema, come sempre, viene fuori; ma è l’interesse di tutti e, aggiungo, il primo interesse è il mio, lo dico molto francamente in modo molto forte: io non voglio essere un Presidente del Consiglio che sta qui per forza perché non si può votare, non funziona così la democrazia.

La democrazia funziona perché, per l’appunto, se un Governo non gode della fiducia si cambia il Governo oppure si va a votare. Noi vogliamo, quindi, creare le condizioni, ci sono oggi al Senato nella Commissione affari costituzionali tutte le condizioni con la procedura di urgenza in questo mese di ottobre, perché il cambio avvenga e quindi si possa effettivamente esperire quella ipotesi.

Naturalmente questo primo tema è un primo tema che necessita adesso di correre, dopo questo periodo di crisi che si è verificato, di essere conseguenti con quell’impianto, di andare a completare il percorso ed essere in grado, quindi, quei cambiamenti fondamentali della Carta Costituzionale che, ripeto, non toccano in nulla i principi generali della Carta ma che sono essenziali. Senza quei cambiamenti noi saremmo di nuovo nell’impasse politica nella quale ci troviamo oggi. Senza rompere il meccanismo del bicameralismo paritario il nostro Paese non funzionerà, non funzioneranno le nostre istituzioni e io credo che dobbiamo in questo metterci un meccanismo di maggiore fiducia reciproca.

Nessuno ha intenzione – l’ultimo ad avercela sicuramente sono io – di mettere mano ai principi fondamentali della nostra Costituzione, che rimangono i principi basilari del nostro stare insieme.

Il secondo grande tema era il tema, ed è il tema, di come far uscire il nostro Paese dalla situazione di crisi economica nella quale siamo dentro, nella quale siamo dentro ancora oggi, pesantemente: i dati della disoccupazione giovanile sono lì a ricordarcelo ogni minuto. Noi abbiamo in questi cinque mesi impostato una serie di importanti iniziative. Ne cito tre che hanno a che fare col tema della crescita, che ritengo essere quelle principali, che spero soprattutto diano risultati: sono quelli da noi attesi per la fine di quest’anno, nell’ultimo trimestre di quest’anno, dove il segno più nell’ultimo trimestre, quello che è cominciato adesso, noi lo aspettiamo; e ovviamente rappresenta anche per il 2014 la spinta ad avere finalmente la crescita, la crescita positiva che è l’elemento essenziale.

Le tre scelte che abbiamo fatto in questi cinque mesi fondamentali sono state: la prima, puntare sulla lotta alla disoccupazione, in particolare con la scelta fondamentale della decontribuzione totale dei nuovi posti di lavoro per i giovani; al Sud e al Nord, con un’intensità maggiore al Sud e con una misura importante anche per il Nord. La scelta, quella scelta che abbiamo fatto qualche mese fa, adesso è concreta: tanto concreta che casualmente proprio la giornata di ieri è la giornata nella quale, attraverso il click day, sono partiti i primi, e sono stati usati i primi fondi. Nella giornata di ieri – lo dico a tutti quelli che sulla stampa continuano a parlare, senza leggere le cose, di rinvii – per 5.500 persone, che sono tante, questo Governo ha voluto dire un posto di lavoro. Per 5.500 giovani! È ovviamente poco, ed è ovviamente un primo passo, ma è la   priorità; e io la ribadisco anche qui: la priorità è quella di intervenire per alleviare il tema della disoccupazione giovanile. Le scelte e le misure fatte a livello europeo: l’ultimo Consiglio europeo di giugno ha fatto un passo avanti importante, e quelle scelte si stanno cominciando ad applicare per essere operative dal 1o gennaio 2014, su proposta italiana. Si tratta di misure importanti: solo sul click day scattano risorse per 800 milioni di euro, 800 milioni di euro dedicati completamente ad aiutare imprenditori ad assumere giovani lavoratori. Aggiungo: a tempo indeterminato, perché la scelta fondamentale è quella di lavorare per aiutare i contratti a tempo indeterminato e per battere la precarietà, che rappresenta sicuramente oggi il grande problema del nostro Paese.

Il secondo elemento… Anche qui, casualmente, nella giornata di oggi riprendo… Oggi Il Sole-24 Ore ha un inserto speciale, di 16 pagine; questo sempre per i rinvii, e sempre per chi parla di rinvii: 16 pagine con tutte le norme e le operative agevolazioni, incentivazioni per questo straordinario impegno a favore delle ristrutturazioni ecocompatibili, antisismiche, per il mobile e per l’arredo, per rendere le nostre case accessibili ed ecologicamente ed energicamente funzionanti. Una scelta anche qui fondamentale: sei mesi più sei mesi. Una scelta che farà sì che attorno a questo tema oltretutto emerga il nero, perché è la scelta base per il contrasto di interessi, è il modo per far sì che l’incentivo fiscale arrivi se c’è la ricevuta fiscale: c’è l’interesse per la ricevuta fiscale, quindi c’è il contrasto di interessi, quindi c’è la strada fondamentale per andare verso la massima emersione possibile dal nero.

E poi, naturalmente, la grande operazione iniziata dal Governo Monti, del pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, che abbiamo accelerato. Oggi 2 ottobre – avevo preso l’impegno qui ogni dieci giorni di dare l’aggiornamento – abbiamo superato i 12 miliardi di euro pagati, rispetto alla prima tranche di pagamenti. Pagati vuol dire «nelle mani delle imprese», che sono fisicamente passati dall’amministrazione locale o nazionale alle imprese: 12 miliardi di euro rispetto alla complessiva operazione, che era di 40; l’abbiamo fatta diventare di 50 miliardi di euro, e che coprirà questa fine d’anno e l’anno prossimo.

Una scelta importante per consentire alle imprese di avere liquidità ed è un’immissione di liquidità che non ha precedenti nel nostro Paese negli ultimi tempi; un’immissione di liquidità che oltretutto vale per recuperare un senso di rapporto di serietà tra lo Stato e le imprese. Se un’impresa lavora per un’amministrazione pubblica locale o nazionale e non viene pagata, viene meno immediatamente quel senso e quel rapporto di lealtà e di fedeltà che è fondamentale.

Tre scelte che daranno i loro risultati e poi ovviamente la legge di stabilità, nella quale il cuore di tutto sarà la riduzione delle tasse sul lavoro, del cuneo fiscale e la riduzione delle tasse sui lavoratori, la scelta cioè di far sì che non si crei, come altre volte è capitato, che l’intervento sulle tasse e sul lavoro finisca per non dare sollievo ai lavoratori.

La scelta fondamentale è invece quella di dire: c’è bisogno, c’è assolutamente bisogno che i lavoratori italiani abbiano nella loro busta paga un segnale l’anno prossimo, un segnale chiaro, così come c’è assolutamente bisogno che i datori di lavoro abbiano la possibilità di avere un vantaggio dalle assunzioni e quindi il tema del rapporto fra quanto costa assumere una persona e quanto quel lavoratore vede in busta paga sia un gap che va lentamente ma inesorabilmente a ridursi. Sappiamo che è uno dei grandi temi del nostro Paese.

Il cuore della legge di stabilità sarà quello, accanto a tutta una serie di interventi importanti di continuità con scelte che abbiamo iniziato; dentro ci sarà un’importante iniziativa contro la povertà, lo cito perché in questi cinque mesi l’intervento che abbiamo fatto, la Carta per l’inclusione sociale, fortemente attenta ai gradi di povertà estrema che, soprattutto nel Mezzogiorno, sono evidenti, ha dato un segno fondamentale di inclusione e di accesso che rappresenta un primo segno che rispetto alle povertà e alle disuguaglianze crescenti nel nostro Paese abbiamo voluto mettere. Così come riprenderemo – e mi fermo qui su questi temi, poi il resto sicuramente saremo in grado di discuterne sulla base del dibattito e del testo che avete ascoltato o troverete – attorno a due grandi temi che sono forse le due iniziative delle quali io sono più fiero di questi cinque mesi di Governo, sono le iniziative che hanno a che vedere complessivamente con il tema dell’istruzione, con il tema dell’attenzione al mondo della cultura, della ricerca, dell’innovazione, dello sviluppo. Il tema dell’Agenda digitale, che affronteremo al prossimo Consiglio europeo del 24 e 25 ottobre, tema europeo fondamentale, tema italiano fondamentale per riuscire a recuperare i divari fra Nord e Sud. Il tema della scuola, dell’educazione, educazione al centro vuol dire molto, vuol dire aver ricominciato ad investire sul diritto allo studio. Il nostro Paese è un Paese che ha abbandonato da tempo il tema del diritto allo studio, è un Paese nel quale l’ascensore sociale si è fermato. Per noi questo tema invece ritorna ad essere centrale, con gli investimenti che abbiamo messo nel decreto sull’educazione e sull’istruzione, che vogliamo rendere in futuro e nei prossimi passaggi ancora più importanti. Così come, quando dico diritto allo studio, dico tanti interventi che devono essere continuati rispetto a quelli che abbiamo fatto, quello sui libri di testo, gli altri interventi sul welfare studentesco, che sono stati messi lì e che vogliamo che continuino.

L’anno prossimo sarà l’anno del semestre di Presidenza europeo, ne ho parlato al Senato, ne abbiamo parlato lungamente anche qui, ne parleremo presto perché avremo una sessione apposita per discutere di questo, credo che sia un passaggio essenziale per tanti motivi, è inutile che stia qui a sottolinearli perché credo che siano motivi che abbiamo tutti chiarissimi, ma l’Unione europea finisce una legislatura iniziata nel 2009, finisce a maggio dell’anno prossimo, ne comincia un’altra dal 2014 al 2019. La legislatura che è finita l’abbiamo conosciuta, purtroppo, bene. È la legislatura dell’arretramento, è la legislatura dell’austerità, è la legislatura della crisi e della difficoltà, in cui l’Europa ha giocato soltanto in difesa e non è riuscita a fare quei passi avanti che doveva fare.

La crisi delle istituzioni e la difficoltà a trovare soluzioni. Ricordo sempre che prima di arrivare a quella famosa frase di Mario Draghi, che poi ha salvato l’euro e il nostro sistema, il whatever it takes dell’anno scorso, ci sono voluti trenta vertici europei, trenta vertici europei e molte risorse stanziate per cercare di salvare i Paesi più in difficoltà. Oggi ci siamo, ci siamo arrivati: la situazione va costruita ovviamente in modo ben diverso, ma abbiamo bisogno di fare della prossima legislatura la legislatura della crescita e del lavoro, la legislatura dell’Europa unita, la legislatura, insomma, che dipende da come parte: se la facciamo partire noi, un grande Paese europeo ed europeista, come l’Italia, che la fa partire con quei temi al centro, allora siamo in grado secondo me di arrivare ad una legislatura effettivamente vincente attorno a quei temi. Dipende molto dalla nostra ambizione, come Italia e come italiani.

Io ricordo sempre che il semestre italiano del 1985, culminato nel Consiglio europeo di Milano, ha fatto nascere l’Atto unico europeo, il semestre italiano del 1990, che culminò nel Consiglio europeo di Roma, ha fatto nascere il Trattato sull’Unione europea. Oggi, abbiamo davanti una grande opportunità: l’Italia ha quel semestre di guida, può mettere la crescita, le politiche industriali, le politiche del lavoro e – aggiungo – le politiche sulle migrazioni.

Noi abbiamo detto – l’abbiamo detto e lo faremo – metteremo al centro le parole di Papa Francesco, dette a Lampedusa, sul tema della globalizzazione dell’indifferenza e sul tema dell’emigrazione (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Scelta Civica per l’Italia, Sinistra Ecologia Libertà e di deputati del gruppo Il Popolo della Libertà-Berlusconi Presidente e di deputati del gruppo Misto).

Tutto questo è fondamentale se noi ci ricordiamo una cosa fondamentale: l’Europa non sono altri, non è qualcun altro, al quale noi dobbiamo rispondere, l’Europa siamo noi perché i trattati che hanno fatto nascere l’Europa si chiamano trattati di Roma, sono stati fatti qui, sono i trattati in cui l’Italia ha giocato sempre un ruolo da protagonista ed è assurdo che il nostro Paese non voglia giocare questo ruolo da protagonista. L’attenzione che tutta l’Europa, anche in questi ultimi giorni, ha dimostrato alla vicenda italiana, è un’attenzione legata alla chiara considerazione del ruolo che l’Italia può giocare, del ruolo che si vuole che l’Italia giochi e che io sono convinto l’Italia sarà in condizione di giocare.

È ovvio che tutto questo ha senso – e dico una parola su un tema che sta molto a cuore credo a tutta questa assemblea parlamentare – se noi riusciamo a vivere e far vivere l’Europa come portatrice di pace.

Lo dico perché vengo dalla settimana delle Nazione Unite, è stata una settimana che ha cambiato gli equilibri nel mondo: le Nazioni Unite, un mese fa, apparivano come un luogo formale e inutile, le Nazioni Unite, la settimana scorsa, grazie alle scelte che l’Europa ha fatto, grazie alle scelte che La Russia ha fatto, grazie alle scelte che il Presidente americano ha fatto, sono tornate ad essere il centro della politica internazionale. È una grandissima – secondo me – soddisfazione per un Paese come l’Italia, che ha sempre fatto questa scelta ed una scelta importante e che siamo riusciti, la settimana scorsa, a far sì che le Nazioni Unite siano arrivate a quella risoluzione, che ha messo assieme Paesi che sembrava impossibile che stessero insieme sulla Siria. È il senso che, con il dialogo, con la scelta dei luoghi giusti e, con la condanna, quando è necessario, dell’uso delle armi chimiche, senza se e senza ma, che è stato effettuato il 21 agosto nella periferia di Damasco, si possono ottenere dei risultati. È una scelta rispetto alla quale noi, come Italia, in particolare, siamo in grado di ottenere dei risultati in linea con la nostra tradizione di politica estera e con le nostre scelte fondamentali di politica estera. È evidente che tutto questo ha bisogno di un Governo, ma non di un Governo qualunque, ha bisogno di un Governo, di un Governo nel pieno delle sue funzioni con una chiara maggioranza che lo sostiene e di un Governo sopratutto che fa le sue scelte, avendo chiaramente un programma, degli obiettivi ed essendo soprattutto in grado, con i suoi partner europei, di prendersi delle responsabilità e di fare delle scelte.

Questo è quello che ci ha portato qui. Ci ha portato qui il ragionamento che altre volte io ho fatto insieme a voi e penso che chi ha sfiducia nei confronti di questo Governo e di questo Presidente del Consiglio pensava che non ci saremmo mai venuti, quando io altre volte ho detto che non avrei governato a tutti costi. Tante volte mi è stato detto: va bene, lo dici. Ma io lo dico e lo penso veramente, perché so la complessità e la fatica degli impegni che abbiamo e quindi so, a partire dalla settimana scorsa, da quando è stato chiaro che non si poteva andare avanti così, che da parte mia non c’era altra possibilità che quella di chiedere un chiarimento, un chiarimento senza se e senza ma qui in quest’Aula in cui io dicessi quello che pensavo, facessi delle proposte e poi il Parlamento libero e sovrano decidesse se appoggiare oppure no il lavoro di questo Governo e di questa maggioranza. Abbiamo passato una settimana in cui c’è stato un su e giù di fiducia, sfiducia, possibilità che la maggioranza confermasse o non confermasse, possibilità che si andasse al voto. Alcuni hanno espresso esplicitamente dentro la maggioranza e fuori dalla maggioranza la preferenza per il voto anticipato, addirittura fissando anche una data, fine novembre. Penso che sarebbe stato un errore, penso che sarebbe un errore per evidenti motivi che ho citato prima. Penso invece che sia molto importante che oggi siamo qui in condizione di poter riprendere il filo del lavoro più forti e più coesi, a patto che sia chiaro che il risultato del voto di stamattina sia un risultato come lo intendo io. È un risultato che ci sarebbe stato comunque per essere chiari fino in fondo ed è un risultato rispetto al quale ho intenzione di lavorare mantenendo il punto fermo di quello che ho detto stamattina: non esiste collegamento tra due vicende, una vicenda giudiziaria e una vicenda che riguarda l’attività di Governo. L’attività di Governo ha bisogno che ci sia da parte di ognuno di noi attenzione, impegno, scelte e soprattutto serietà nel portarle avanti. Ha bisogno che non ci siano ricatti nel dire o si fa questo oppure casca il Governo, perché si è dimostrato che il Governo non casca se questo è l’atteggiamento (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Scelta Civica per l’Italia e di deputati del gruppo Misto). Ha bisogno che non ci siano risse, ha bisogno che ci sia soprattutto da parte di ognuno di noi la consapevolezza del fatto che dobbiamo dare risposte agli italiani e se non siamo in grado di dare risposte agli italiani non ci sono margini perché questo Governo stia in piedi, perché sono io il primo a tirare le conseguenze, come ho dimostrato la settimana scorsa, quando ho assunto l’iniziativa di venire qui in Parlamento senza avere nessuna certezza che sarei venuto qui ad ottenere la fiducia. Ed è ovviamente questo il punto sul quale io credo noi dobbiamo lavorare. Io stamattina – e lo rifaccio qui – ho fatto un elogio della stabilità e su questo sono spesso preso in giro. Però io vorrei ricordare cosa ha voluto dire per il nostro Paese nel dopoguerra la stabilità politica e cosa vuol dire oggi il caos continuo. La stabilità politica nel nostro dopoguerra ha voluto dire che dal 1946 al 1968 hanno lavorato per la stragrande maggioranza del tempo tre primi Ministri, in tutto quel periodo di tempo. Sarà un caso che in quegli anni in Italia c’è stata la crescita, c’è stato il miracolo economico, c’è stata la ripartenza del Paese (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Scelta Civica per l’Italia e di deputati del gruppo Misto) e ci sono state scelte come tutti le conosciamo. Sarà un caso se poi dopo, dal 1968 in poi, praticamente sono succeduti un Governo all’anno. E anche in quest’ultimo ventennio, che ha abbiamo tutti salutato come il ventennio dell’alternanza, in cui doveva essere risolto tutto, dovevamo essere in grado di avere Governi di legislatura, abbiamo avuto quattordici Governi. Ripeto: quattordici Governi.

 

Nello stesso periodo in Germania hanno avuto tre cancellieri. Quattordici governi noi, in Germania tre cancellieri. Quando poi si dice dello spread, alle volte dobbiamo considerare che lo spread vale anche per queste cose.

Io insisto su questo punto: se non siamo in grado di darci delle prospettive – ecco perché seguo assolutamente le indicazioni del Presidente della Repubblica –, la prospettiva che ci consenta di completare l’anno prossimo con i tre obiettivi che ho citato prima (le riforme istituzionali, l’applicazione della legge di stabilità, il semestre di Presidenza), che ci consenta quindi di fare scelte che abbiano quel punto di caduta sulle grandi riforme che sono da fare. Alcune di queste riforme sono state in parte applicate. Sono riforme importanti, sono riforme che hanno a che vedere con la pubblica amministrazione del nostro Paese. Ricordo a tutti che quest’anno abbiamo fatto un miliardo e 700 milioni di tagli alla spesa pubblica nei soli cinque mesi in cui abbiamo lavorato. Se avremo la fiducia anche da questa Camera, Carlo Cottarelli sarà il commissario della spending review e affronterà in modo attento, equilibrato questi temi. Credo che sarà un punto importante anche questo. Insomma, si lavorerà e si lavorerà con queste scelte e con queste modalità. Si lavorerà con una maggioranza politica coesa. Se questa maggioranza politica coesa è diversa dalla maggioranza numerica che oggi mi dà la fiducia, io lavorerò lo stesso con la maggioranza politica coesa, perché credo che sia oggi fondamentale che ci sia chiarezza sulle cose da fare. Se non c’è chiarezza sulle cose da fare, tutto quello che abbiamo fatto oggi sarà stato inutile. Lo dico perché serve a tutti la chiarezza. È una chiarezza essenziale per le cose da fare, che sono cose difficili, sono cose per le quali c’è bisogno di un Governo solido, coeso, come lo è stato questo. Io sono fiero di questo. Il Governo è stato un Governo che ha avuto in questi cinque mesi una capacità al suo interno di discutere – sì, di discutere –, ma di trovare sempre soluzioni che ci hanno fatto capire meglio gli uni con gli altri, di trovare punti di intesa, di capirci meglio, di valutare al meglio ciò che di buono c’è nell’altro. Perché lo ripeto con grande forza: io sono convinto che il dialogo tra parti diverse sia possibile, se ognuno è convinto di avere le spalle larghe. Il dialogo spaventa chi ha identità deboli. Chi ha identità deboli si nasconde, perché ha paura del dialogo.

Chi ha identità forti non ha paura del dialogo, lo affronta, è in grado di trovare i punti di accordo, i compromessi che sono necessari in momento nel quale il Paese ha bisogno di risposte, come questo.

Io ho intenzione di lavorare con la massima determinazione in questa direzione. Ho intenzione di farlo con la stessa determinazione dei cinque mesi che abbiamo dietro le spalle, sperando di raggiungere risultati di lungo periodo, ma ho intenzione – se mi permettete – di metterci un pochino di spinta e un pochino di cuore in più, perché oggi, da stamani, un giorno storico per la nostra democrazia, un giorno storico della nostra democrazia, abbiamo condizioni in più, secondo me, di chiarezza perché questo lavoro possa essere un lavoro che ci consenta di guardare lontano, un lavoro che consenta anche – fatemelo dire – a nuove generazioni di affacciarsi e assumersi le loro responsabilità.

 

Grazie

Commenti

Lascia il tuo commento

Lascia il tuo commento