Lavoro e crescita, serve più Europa

Enrico Letta in ParlamentoPubblichiamo il resoconto stenografico dell’intervento tenuto in Senato dal Presidente del Consiglio Enrico Letta durante la seduta n.24 del 21 maggio dedicata al dibattito sul Consiglio Europeo straordinario di Bruxelles.

Signor Presidente, onorevoli senatori, non posso cominciare questo intervento questa mattina senza rivolgere un pensiero commosso alle vittime del tornado che questa notte, ora italiana, ha devastato gli Stati Uniti. È un pensiero che ovviamente rivolgo – penso – a nome di tutti. È una giornata triste per un Paese amico dell’Italia. È una giornata triste per tutti noi.

La sorte dell’Italia e quella dell’Europa sono legate l’una all’altra; inevitabilmente legate. L’ho detto in questa stessa Aula poco meno di un mese fa, richiedendo la vostra fiducia. Due destini che si uniscono, due storie che ritrovano senso e prospettiva solo se unite; ne va della costruzione del nostro futuro, per questa generazione e per quelle a venire, ne va del nostro essere comunità, in un mondo in continua e spesso drammatica trasformazione.

Abbiamo tutti voluto questo dibattito perché l’Europa lo merita, ma soprattutto sono i popoli europei, gli stessi che oggi fronteggiano la più spaventosa crisi economica e democratica del tempo recente, a meritarlo. Ciò che non meritano è, viceversa, tutto ciò che ha a che vedere con i limiti dell’Europa di oggi: le approssimazioni di un dibattito pubblico inchiodato a letture parziali, le tensioni di uno scontro politico fatto sovente di posizioni pregiudiziali.

Nessun altro luogo si presta meglio del Parlamento della Repubblica, espressione della sovranità popolare, al compito difficilissimo di provare a restituire dignità, verità e calore al racconto sull’Europa dei popoli. È un compito che investe tutti quanti noi e che abbiamo la responsabilità di assolvere fino in fondo, rispettosi ciascuno dei rispettivi ruoli ma in funzione solo e soltanto dell’interesse generale del Paese.

Il confronto tra Governo e Parlamento sulla politica europea del resto è un obbligo fissato dalla legge approvata dalle Camere lo scorso anno, grazie, tra l’altro, all’impulso del ministro Moavero Milanesi, che non è qui oggi perché impegnato al Consiglio affari generali di Bruxelles proprio nella preparazione del vertice di domani. Anche nel recente passato, inoltre, il Parlamento si è rivelato prezioso nella definizione della posizione italiana in Europa.

Per tutti questi motivi oggi intendo qui illustrarvi gli obiettivi del Governo per i prossimi appuntamenti europei. Soprattutto, però, voglio e vogliamo ascoltare le vostre sollecitazioni e indicazioni: è un cammino che dobbiamo compiere insieme. L’occasione è il Consiglio europeo straordinario di domani. Fin dal giorno del voto di fiducia, che avete voluto accordarci, ho voluto avviare una serie di contatti con i vertici delle istituzioni dell’Unione e con alcuni dei principali partner, e lo stesso hanno fatto i colleghi Ministri con più dirette competenze in materia europea: Berlino, Parigi, Bruxelles, Madrid, Varsavia, presto anche Londra, ovunque a dire che l’Europa e la politica europea sono la bussola dell’azione di questo Governo; ovunque a ripetere che una larghissima parte dei problemi che il nostro Paese ha di fronte, e che spesso legittimamente hanno angustiato la comunità internazionale si possono risolvere in modo più efficace con soluzioni europee. Le domande italiane hanno molto spesso una risposta, appunto, europea, a condizione, tuttavia, che la stessa Europa sia finalmente in grado di offrire un ambiente che ampli e sostenga la capacità di azione della politica nazionale e non si traduca in una gabbia di vincoli, regole e procedure che vogliono salvaguardare la fiducia degli uni verso gli altri ma che finiscono spesso per limitare l’azione di tutti: famiglie, cittadini, piccole e grandi imprese.

In tutti gli incontri abbiamo illustrato la natura europea ed europeista del Governo; abbiamo chiarito agli interlocutori il nostro fermissimo impegno a rispettare la disciplina delle finanze pubbliche e ribadito la volontà di ottenere la chiusura della procedura per i disavanzi eccessivi avviata nei confronti dell’Italia nel 2009 e di ricercare – questa è per noi una premessa irrinunciabile – all’interno del quadro della finanza pubblica europea, e non al suo esterno, tantomeno contro di esso, gli spazi per una politica economica dedicata fino in fondo alla crescita e alla creazione di nuovi posti di lavoro.

Il decreto-legge approvato venerdì scorso dal Governo sintetizza questa volontà. Abbiamo infatti sospeso il pagamento della rata di giugno dell’IMU (impegnandoci ad una più ampia riforma della tassazione che grava sulla casa entro la fine di agosto e ad una generale politica di rilancio dell’edilizia in una logica sempre più ambientalmente compatibile), rifinanziato la cassa integrazione in deroga per circa 1 miliardo di euro (provando a restituire ossigeno a tante e troppe famiglie sull’orlo della disperazione), dato un primo ed importante segnale di attenzione ai cosiddetti lavoratori precari della pubblica amministrazione ed eliminato, non a titolo personale ma una volta per tutte, il doppio stipendio dei Ministri parlamentari, a partire ovviamente da quello del Presidente del Consiglio, il tutto tenendo fermi i saldi e gli obiettivi di bilancio stabiliti nel Documento di economia e finanza. Mi auguro che anche su questa base la Commissione europea decida il prossimo 29 maggio l’abrogazione per l’Italia della procedura di deficit eccessivo; sarebbe un segnale importantissimo che una nuova rotta è tracciata per l’Italia e per l’Europa, e possiamo cominciare, forti della lezione degli errori del passato ma più determinati che mai a fare bene.

Perché uscire dalla procedura è per noi una priorità? Prima di tutto perché cambiare obiettivo ad un passo dal traguardo significherebbe vanificare i sacrifici pesantissimi fatti dai cittadini a partire dal 2011 e suscitare nei mercati e nelle istituzioni europee dubbi sull’effettività della nostra azione di risanamento. Ciò porterebbe l’Italia ancora una volta sotto esame, all’ultimo banco, oggetto di biasimo e di alzate di spalle, senza contare i prevedibili riflessi sul costo di finanziamento del debito sovrano, un debito che grava come un macigno sulla nostra economia.

Possiamo permetterci tutto questo? No, non possiamo e lo dico anche perché mi riconosco in una generazione che paga carissimo il peso di sperperi e scelte sbagliate, compiute in buona e in cattiva fede dalle generazioni precedenti. Nessuno di noi vuole scaricare sulle spalle dei nostri figli e dei nostri nipoti una zavorra che ne pregiudicherà per decenni e decenni le scelte di vita e di lavoro, le opportunità di dare un senso a se stessi e alle proprie potenzialità, l’occasione di sentirsi felici e realizzati; sono certo che nessuno di noi lo vuole in quest’Aula e ciò al di là delle divergenze di opinioni e di provenienza politica che pur ci connotano e continueranno a dividerci. Al contrario, uscire dalla procedura consentirà all’Italia di beneficiare di tassi di interesse più bassi sui titoli di Stato e, quindi, di disporre di più risorse per rimettere in moto davvero l’economia e la società italiana; questo aiuterà le piccole e medie imprese ad accedere ad un mercato del credito oggi troppo spesso asfittico.

In secondo luogo, essere tra i Paesi virtuosi ci permetterà di avvantaggiarci della nuova interpretazione delle regole del Patto di stabilità e di crescita, che concede margini di azione maggiori per alimentare gli investimenti pubblici produttivi e sul capitale umano quando sono collegati a riforme strutturali o a misure che aumentano la crescita potenziale. Un esempio attualissimo di questa flessibilità è l’operazione di pagamento dei debiti scaduti della pubblica amministrazione che consentirà di introdurre liquidità nell’economia e, dunque, di dar fiato alle imprese, operazione che vogliamo accelerare e alla quale diamo priorità.

Infine, potremo contare sul dividendo di una maggiore credibilità: solo chi ha le carte in regola può puntare a orientare nella direzione più vicina ai propri interessi e valori le scelte politiche dell’Europa. L’Italia potrà così disporre di una duplice forza politica: quella derivante dalla solidità di un’ampia maggioranza in Parlamento, a sostegno del Governo e delle linee di politica europea, e quella che viene dal mantenere in ordine la sua politica di bilancio ed economica. Questa forza politica dobbiamo saperla raccontare e far pesare ai nostri interlocutori: a tutti loro ho voluto mettere in chiaro che non siamo interessati alle scorciatoie di un europeismo astratto e di maniera, di chi sventola la bandiera dell’Unione ma poi va avanti per inerzia, tra spinte intergovernative oppure seguendo strade e progetti avviati semplicemente da altri.

L’Italia ha a cuore l’Europa ed è, per storia e tradizione, nel cuore dell’Europa, ma quella di oggi non ci basta: vogliamo molto di più e molto di meglio e per averlo cercheremo di farci primi interpreti di un europeismo attivo, di proposta e di cambiamento: cercheremo di sventolare la bandiera di un’Europa che costruisce il futuro e dà risposte concrete, tangibili e durature.

L’Europa, nel definire politiche per la crescita e la creazione di lavoro, deve investire tanta energia quanta ne ha dedicata alla modulazione di un sistema di regole per mettere sotto controllo i conti pubblici e le politiche economiche dei suoi Stati membri.

L’Europa deve far seguire alle parole fatti reali: non possiamo – come nel caso dell’Unione bancaria o del Patto per la crescita – assumere decisioni, annunciare obiettivi, fissare calendari e poi lasciare che passino mesi e mesi senza che si vedano risultati concreti.

L’Europa è in crisi di legittimità, anche perché è in crisi di efficacia concreta: abbiamo bisogno di un’Europa meno lenta nel recepire le innovazioni politiche e nel tentare vie nuove rispetto a quelle già battute.

Non serve stravolgere i trattati: siamo bloccati, mentre altri (Stati Uniti e Giappone in testa) intraprendono per primi strade politiche non convenzionali, senza dogmi o ingessature procedurali. Ha operato, invece, con prudenza e capacità d’innovazione la BCE, che ha lanciato strumenti di rifinanziamento a lungo termine e poi le operazioni monetarie definitive (le OMT) nei tempi e modi giusti. Alla BCE si guarda con ragione anche oggi nella ricerca di soluzioni che sostengano il credito alle imprese, contrastando la frammentazione dei mercati finanziari e le strozzature che distorcono i meccanismi di trasmissione della politica monetaria.

Queste, dunque, le direttrici di politica europea che ho iniziato a tracciare nel confronto con i nostri partner, ma vengo adesso ai temi più specifici del Consiglio europeo di domani. Come sapete, si tratta di un vertice tematico dedicato a due materie cruciali: la lotta all’evasione fiscale e alle frode internazionali e una più forte politica energetica europea.

Comincerò da quest’ultima, innanzi tutto. Il Consiglio tornerà sui temi dell’energia domani, due anni dopo la riunione del febbraio 2011, per valutare i progressi nella costruzione di una politica energetica europea e affrontare in particolare quattro punti: il completamento del mercato interno dell’energia dal punto di vista sia della regolazione sia delle infrastrutture fisiche dell’interconnessione di rete, comprese le reti intelligenti; la promozione di investimenti, anche nell’ambito della definizione di un quadro di riferimento per le politiche in materia di cambiamento climatico ed energia dopo il 2020; la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e lo sfruttamento delle fonti di energia prodotte in Europa; infine, l’efficienza energetica.

La priorità assoluta in campo energetico per noi resta lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Il filo rosso che lega tutti gli altri temi è il contenimento dei prezzi dell’energia, oltre che naturalmente il contributo della politica energetica alla competitività dell’intera economia, italiana ed europea. È un’evoluzione niente affatto scontata: nell’agenda energetica europea, infatti, ora trovano finalmente piena legittimità espressioni come competitività, costi per le famiglie e per le imprese ed attenzione ai soggetti vulnerabili. Si tratta di uno sviluppo importante per il nostro Paese, dato che ancora oggi abbiamo un costo dell’energia più alto di quello di tutti gli altri partner europei e dei nostri competitor internazionali.

Insisteremo poi perché vi siano una politica europea di sostegno per gli investimenti infrastrutturali e per il completamento delle interconnessioni, nonché un forte impegno nei confronti delle esigenze delle imprese ad alta intensità energetica. Chiederemo poi una politica realistica del cambiamento climatico dopo il 2020 e invece un atteggiamento aperto e non penalizzante per lo sfruttamento delle fonti di energia prodotte in Europa, come lo shale gas. Porremo inoltre enfasi sulla necessità di progressi in materia di efficienza energetica, settore in cui l’Italia ha una leadership ed un’esperienza ormai innegabili. Sarà infatti da valutare con grandissima attenzione anche la proposta, avanzata di recente nel Libro verde della Commissione europea sul quadro al 2030 per le politiche dell’energia e del clima, di fondere in un unico obiettivo le misure attinenti alla produzione di energia rinnovabile, alla riduzione dell’emissione di gas serra e all’incremento dell’efficienza energetica, attualmente esplicitate nel cosiddetto triplice obiettivo 20-20-20.

Il Consiglio europeo discuterà poi – secondo grande tema – di lotta alla frode e all’evasione fiscale internazionale. In questa difficile stagione in cui tutti gli Stati membri chiedono sacrifici pesanti ai propri cittadini per il risanamento delle finanze pubbliche, la lotta all’evasione e alla frode fiscale è anzitutto imperativo morale, dovere ineludibile, senza dimenticare che si tratta di un elemento essenziale per assicurare l’equità e la fiducia nell’efficienza del sistema fiscale. L’aspetto centrale della discussione domani riguarderà l’affermazione del principio dello scambio automatico di informazioni fiscali come standard di trasparenza nelle relazioni tra Stati membri all’interno dell’Unione e tra l’Unione e i Paesi terzi. Si tratta di estendere in questo campo la collaborazione tra autorità fiscali, includendo tutte le tipologie di redditi attraverso una revisione della direttiva del 2011 sulla cooperazione amministrativa. Questo aspetto si collega al tema della tassazione dei redditi da risparmio percepiti da soggetti residenti in altri Stati membri. Il Consiglio europeo dovrà conferire alla Commissione il mandato ad avviare negoziati con Paesi terzi per rafforzare gli accordi in materia di cooperazione fiscale. Resta ancora sul tavolo, invece, il tema della revisione della direttiva sulla tassazione dei redditi da risparmio, su cui, come è noto, insistono sensibilità diverse in seno all’Unione: in particolare, si discute se subordinare o meno i progressi nella legislazione comunitaria ai passi avanti fatti nel negoziato sulla revisione degli accordi sulla fiscalità del risparmio con altri Paesi terzi europei, come Svizzera, Andorra, Liechtenstein, Monaco e San Marino. Sono temi sui quali non vogliamo ulteriori rinvii o timidezze.

Noi vogliamo che il Consiglio decida una serie di priorità d’azione per il futuro nel campo dell’evasione e della frode fiscale, a partire dall’attuazione del piano d’azione della Commissione per rafforzare la lotta alla frode fiscale, presentato nel dicembre 2012, e delle raccomandazioni agli Stati membri sulle pratiche fiscali aggressive e sulla buona governance fiscale nei confronti dei Paesi terzi. Ancora, secondo noi il Consiglio dovrà dare l’impulso politico per accelerare l’adozione di iniziative da tempo in discussione, come il pacchetto antifrode in materia di IVA, che include due proposte di direttiva relative, rispettivamente, all’introduzione di un meccanismo di reazione rapida per adottare misure di contrasto a nuove frodi improvvise e all’applicazione opzionale del meccanismo dell’inversione contabile in taluni settori esposti a rischio di frode. Un nuovo cantiere di lavoro si aprirà infine per quanto riguarda gli aspetti legati alla tassazione nell’economia digitale.

Il Governo sostiene pienamente l’obiettivo di rafforzare gli strumenti di lotta alla frode e all’evasione fiscale internazionale. Il problema ha dimensioni sempre più globali e dunque impone risposte coordinate a livello internazionale; per questo l’Unione deve promuovere i principi della trasparenza fiscale, nonché dimostrare la propria leadership, mettendo in atto misure efficaci di contrasto alla frode e all’evasione. Su questi temi non sono più ammesse timidezze. Occorre un’azione che non dia tregua all’evasione e alla frode e che contrasti in modo determinato il riciclaggio di denaro all’interno dell’Unione e nei rapporti con i Paesi terzi, attraverso l’identificazione dei beneficiari effettivi, anche in presenza di società, trust o fondazioni. Vogliamo poi che il Consiglio europeo mandi un messaggio inequivocabile sul riconoscimento dello scambio automatico di informazioni come standard di trasparenza in materia fiscale a livello europeo, sulla necessità di un’effettiva collaborazione amministrativa da parte di tutti gli Stati europei e sulla volontà dell’Unione di promuovere sviluppi a livello globale. Se avremo sviluppi in questo ambito, sarà più efficace la lotta all’evasione all’interno del nostro Paese, piaga cronica che combatteremo senza tregua e senza cedimento alcuno.

Onorevoli senatori, in conclusione, permettetemi di accennare ad alcuni dei temi che caratterizzeranno i prossimi appuntamenti europei dopo il vertice di domani e che sono al centro delle risoluzioni depositate dai Gruppi parlamentari. Il Consiglio europeo del 27 e 28 giugno, l’ultimo di questo semestre, chiuderà per l’appunto un semestre europeo di coordinamento delle politiche economiche e parlerà di futuro dell’Unione economica e monetaria; non può e non deve diventare un Consiglio di routine, di rito, di stanca procedura, di completamento di un percorso burocratico: una photo opportunity sbiadita e dai sorrisi stanchi e tirati non serve a nessuno, men che meno all’Italia.

Serve, al contrario, un risultato pieno e molto concreto, la prova che l’Unione europea stavolta fa sul serio e sul serio prende i problemi reali di milioni di cittadini europei, a cominciare dai giovani senza lavoro. Anche per questo, subito dopo il vertice di domani, scriverò al presidente del Consiglio europeo Van Rompuy una lettera per chiedere che il Consiglio europeo di giugno discuta proprio di lotta alla disoccupazione giovanile: voglio dare il senso dell’urgenza perché è un dramma che ha costi sociali e politici altissimi. L’Europa non può avere un futuro se non dà speranza a chi questo futuro deve costruirlo ed abitarlo. Servono questa volta misure concrete, facili da spiegare e immediate da verificare, che facciano la differenza subito, nel breve periodo.

Ad esempio, bisogna identificare gli strumenti per attuare al più presto la “Youth Guarantee” per i giovani negli Stati membri. Per questo si deve puntare ad una messa in opera il più possibile rapida della nuova iniziativa per l’occupazione giovanile e aumentarne in futuro la dotazione finanziaria. Bisogna inoltre riconoscere spazi di azione nelle finanze pubbliche nazionali perché gli Stati membri possano investire risorse adeguate nelle politiche attive del lavoro, nella riduzione delle tasse sul lavoro e nella creazione di nuovi posti per i giovani. Bisogna poi favorire la mobilità dei giovani in un vero e proprio mercato del lavoro europeo. Le decisioni europee saranno così la cornice entro cui coordineremo le misure nazionali contro la disoccupazione, le stesse che il ministro Giovannini sta mettendo a punto proprio in questi giorni.

Sosterremo, inoltre, l’importanza dell’economia reale e della competitività dell’industria europea, piccole e medie imprese in testa, come fattore essenziale per la crescita economica e la posizione dell’Europa nel sistema globale. Sosterremo l’obiettivo, lanciato dalla Commissione europea e dal vice presidente Tajani, di portare il contributo dell’industria manifatturiera europea al PIL dall’attuale 16 per cento al 20 per cento entro il 2020. Ci batteremo perché siano fatti progressi reali nell’attuazione della road-map verso un’autentica unione economica e monetaria e chiederemo progressi e tempi certi per il completamento dell’unione bancaria, che comprenda, innanzitutto, la tutela dei risparmiatori e un meccanismo unico di risoluzione delle crisi bancarie.

Unità quindi nel campo della moneta, delle strutture finanziarie, delle politiche economiche volte al lavoro e allo sviluppo. Tutto questo però non basta, o quanto meno non basta se non inquadrato nella cornice del grande e storico obiettivo di una maggiore integrazione politica e di una vera legittimazione democratica.

Senza gli Stati Uniti d’Europa ogni progresso, anche il più ambizioso e faticoso, rischia di essere svuotato di senso. Senza gli Stati Uniti d’Europa il futuro dei popoli europei, oltre che delle istituzioni comunitarie, resta una chimera: difficilissima da prevedere, impossibile da raccontare, come la nuova idealità del nostro tempo, alle pubbliche opinioni del Continente.

Nei giorni scorsi abbiamo assistito a un rinnovarsi del dibattito sulla dimensione politica dell’Unione in vari Stati membri; anche in Italia voci autorevoli, la prima quella del ministro Emma Bonino, sono intervenute in questo campo: è il segnale che la politica europea finalmente è di nuovo in movimento in questa direzione, è il segnale che questo è il momento in cui l’Europa ha bisogno dell’Italia e del suo genuino e ambizioso europeismo.

Nei mesi che portano alle prossime elezioni europee ci giocheremo tutto per cambiare direzione e costruire un’Europa diversa da quella che in questi anni ha fatto montare tanto euroscetticismo, anche, ma non solo, nel nostro Paese. L’Italia deve contribuire a scrivere questa nuova trama della storia dell’Unione europea, con idee, visione, proposte, capacità di mediare e di tessere alleanze, anche in vista della importante Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea nella seconda metà del 2014.

Tutto questo, onorevoli senatori, e concludo, potrà avvenire se il Governo si impegnerà al massimo, come abbiamo intenzione di fare e come faremo; ma tutto questo diventerà realtà solo se i cittadini, e quindi il Parlamento che li rappresenta, saranno protagonisti, come oggi in quest’Aula può e deve accadere.

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