Brexit, un dramma britannico una sfida europea

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Enrico Letta e Yves Bertoncini per la Repubblica del 14 luglio 2016
Se per l’Unione Europea la “Brexit” è un terremoto, va detto che è una conseguenza della faglia sismica presente fin dall’origine nelle relazioni tra “Europa” e Regno Unito. AI verdetto del referendum hanno contribuito numerosi fattori congiunturali, tra cui il rifiuto delle élite politiche e finanziarie londinesi e le lotte di potere interne al partito conservatore. Ma questo verdetto riflette anche le specificità storiche e geografiche del Regno Unito, legate all’insularità e al passato imperiale ma anche alla sua coraggiosa resistenza al nazismo che spiega perché gli elettori più avanti con gli anni non sono “eurofili” come altrove. Non dimentichiamo troppo in fretta anche l’eurofobia becera e ricorrente della stampa popolare britannica.
La campagna referendaria britannica si è focalizzata su argomenti che continueranno a essere al centro del dibattito a Bruxelles e nella maggior parte dei paesi dell’Unione Europea, come la libera circolazione delle persone e dei lavoratori o l’esercizio dei poteri tra Ue e Stati membri. Perciò è importante dare a Shakespeare quel che è di Shakespeare, da un lato per spiegare le specificità del voto del 23 giugno e dall’altro per avviare il divorzio agognato dal popolo britannico e definire la nuova partnership tra Unione Europea e Regno Unito. L’Unione infatti non è una “prigione di popoli”, ed è nello stretto rispetto della volontà popolare che devono inserirsi le riflessioni e le azioni delle autorità londinesi e dei cittadini degli Stati membri dell’Ue.
La Brexit genererà delle repliche negli altri paesi europei, stimolando gli appelli ai referendum nazionali di appartenenza all’Ue lanciati da forze politiche di minoranza: sta a loro vincere le prossime elezioni per organizzare questo o quel referendum, sull’Ue come su tante altre questioni. Quando spingiamo lo sguardo aldilà della Manica, non dobbiamo confondere frettolosamente l’euroscetticismo, vale a dire la critica, peraltro spesso contraddittoria, dell’Ue, e il sensibile deterioramento della sua immagine, con l’eurofobia, vale a dire la volontà di lasciarla. Non dimentichiamo che per molti Stati membri uscire dall’Ue significherebbe anche uscire dall’euro e dall’area Schengen, e che questa duplice rottura avrebbe conseguenze ancora più pesanti. Insomma, non cediamo all’idea che la Brexit sia l’inizio di un processo di “dislocazione” dell’Ue quando quest’ultima si sta di fatto confrontando con importanti divisioni tra i popoli e gli Stati membri che la compongono senza avere intenzione di chiudere le porte.
La Brexit è più che altro una sfida politica in più per l’Ue, che deve incentivare la presa di coscienza sulla gravità della crisi che la colpisce e incitare le autorità nazionali ed europee ad agire con ancora maggior vigore, sottolineando i motivi per cui nella globalizzazione siamo più forti insieme. Sta a queste sottolineare più energicamente come gli europei siano uniti dalla volontà comune di conciliare efficacia economica, coesione sociale e protezione ambientale in una cornice pluralista e sta a loro prendere decisioni che interpretino questa volontà di equilibrio unica al mondo, specialmente sostenendo la crescita e l’impiego, per esempio con un nuovo grande piano di investimento che estenda il “Piano Junker”. Sta a loro indicare che “l’unione fa la forza” quando la Storia torna a essere tragica: terrorismo islamico, caos siriano e libico, movimenti migratori caotici, aggressività russa, ma anche finanza folle, dipendenza energetica, cambiamenti climatici o volontà di potenza della Cina… Tutte minacce o sfide davanti alle quali l’Unione Europea deve permetterci di plasmare al meglio il nostro destino condividendo le nostre sovranità nel prolungamento del nascente Corpo della guardia di frontiera europeo.
Sta alle autorità nazionali ed europee rispondere all’angoscia identitaria espressa dai cittadini dell’Ue chiamati a rappresentare il 6 per cento della popolazione mondiale dopo la Brexit e che beneficiano in modo fortemente discriminante dell’apertura economica e culturale internazionale – in questo contesto sarebbe particolarmente simbolico il lancio del programma “Erasmus Pro” dedicato agli apprendisti professionali. Sta a loro, insomma, trainare le rispettive popolazioni in un nuovo mondo pieno di opportunità, ma anche gravido di minacce, di cui l’Europa è sempre meno il centro.
Per questo è necessario parlare al cuore e all’anima dei cittadini europei rispondendo alle loro speranze e alle loro paure, senza ridurli a consumatori o a contribuenti: delle iniziative volte a rinforzare la sicurezza collettiva, come per esempio la creazione di una procura europea antiterrorismo, combinerebbero vantaggiosamente l’urgenza operativa e la dimensione emotiva. L’Ue non ha bisogno solo dei pompieri chiamati dalla Brexit al capezzale di una nuova crisi: il suo sviluppo necessita della mobilitazione di architetti e profeti capaci di ricalcolare la rotta e di restituire un’anima a questa unione inedita, forgiata nel dolore dei dopoguerra, che conserva pienamente il suo senso nella globalizzazione.
Enrico Letta è presidente dell’Istituto Jacques Delors e direttore della Paris School of International Affairs. Yves Bertoncini è direttore dell’Istituto Jacques Delors.
Traduzione di Elda Volterrani

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