Approfittare della crisi per dimostrare che l’Europa non è finita

Intervista rilasciata da Enrico a Umberto De Giovannangeli, pubblicata su «l’Unità» di martedì 27 luglio.

Il Pd deve prendere con più decisione la bandiera dell’europeismo senza curarsi del fatto che l’Europa oggi non è così popolare come dieci anni fa». La considerazione di Enrico Letta arriva a conclusione di un colloquio che ha come filo conduttore del libro, «L’Europa è finita?» (Add editore), curato da Eugenio Carlucci, che vive sul confronto tra il vicesegretario del Partito Democratico e Lucio Caracciolo, direttore di Limes. la rivista italiana di geopolitica. Un confronto vero, intellettualmente intrigante, politicamente denso di spunti, che ha come sfondo la tempesta che scuote l’Europa. Una tempesta non soltanto economica ma, soprattutto, politica.

«L’Europa è finita?». Quel punto interrogativo nel titolo del libro è un segno di speranza?

«Sì lo è, perché quello che ha spinto a confrontarci con Lucio Caracciolo sul tema, è stata la piazza di Atene che bruciava. A partire da quell’evento traumatico, ho cercato di sviluppare il mio ragionamento che è tutto a favore dell’unione politica dell’Europa. Un’unione che va realizzata il più presto possibile».

La crisi come opportunità? Non è un azzardo intellettuale?

«Tutt’altro. Il rapporto tra crisi e salto in avanti è complesso, ma è quello che oggi mi fa dire che questo è il momento di compiere il grande passo verso un’ulteriore integrazione europea. Se non approfittiamo della crisi perdiamo una grande opportunità. Ce lo hanno detto le terribili immagini della Grecia, le difficoltà dei singoli Paesi membri, e soprattutto il fatto che tutti i leader politici europei chiedono oggi un vincolo esterno per imporre a elettorati, corporazioni e corpi intermedi riluttanti, scelte necessarie che nessuno ha la forza di imporre autonomamente».

Il suo interlocutore, Lucio Caracciolo, la vede in modo opposto. Il direttore di «Limes» è per questo un «euroscettico»?

«Nel libro, Caracciolo espone tutto il suo scetticismo sul metodo dell’ integrazione comunitaria utilizzato fino ad adesso. Però non esprime una contrarietà rispetto all’approdo finale dell’unità dell’Europa. In questo senso, non lo definirei un euroscettico all’inglese».

Ma quali sono i passi necessari per realizzare davvero l’unione politica dell’Europa?

«Per me sono tre gli obiettivi. Il primo, arrivare ad una Legge Finanziaria europea. Le Finanziarie nazionali non sono la risposta, ma il problema. Troppo attaccate a populismi e a demagogie nazionali di corto respiro. All’interno di questa Finanziaria europea, il rapporto tra la dimensione comunitaria e gli elementi di autonomia nazionale dovrebbe idealmente ricalcare quello che vi è tra la Finanziaria che va in Parlamento e le singole leggi di bilancio regionali del nostro Paese. Nel senso che il margine di autonomia c’è, ma all’interno di un quadro che sia unitario e molto rigoroso. So bene che può sembrare un’utopia, vista la situazione attuale. Ma è un passo imprescindibile se si vuole garantire la sopravvivenza della moneta unica».

E quali dovrebbero essere gli altri due passi?

«Il secondo è la creazione del Fondo Monetario Europeo: un soggetto, cioè, che sul modello del Fmi (possibilmente migliore), aiuti i Paesi dell’euro in difficoltà. L’impressione è che la vicenda della Grecia sia arrivata fino alla cancrena perché nessuno se ne è occupato a tempo. Terzo punto: l’elezione diretta del Presidente europeo. C’è bisogno che i cittadini europei si mescolino tra di loro e che nasca una figura di Presidente in grado di rappresentare tutti. L’assenza di questa figura è una delle grandi mancanze dell’Europa di oggi. Vorrei aggiungere che, a mio avviso, sarebbe impressionante la forza di un leader politico europeo votato dai cittadini e non votato dai leader politici dei singoli Stati. E l’affermarsi dell’opinione pubblica europea come corno elettorale alzerebbe anche il livello dell’offerta di leadership…».

In che senso?

«Se prendiamo il terzetto Barroso, lady Ashton e Van Rompuy, ho difficoltà a immaginare che uno di questi tre possa essere un potenziale concorrente in una competizione per diventare il Presidente europeo eletto direttamente dai cittadini. Occorrono personaggi che siano in grado di stabilire un rapporto con l’intera opinione pubblica europea. Questo meccanismo, come argomento nel libro, darà forza alle leadership e cambierà il rapporto con le opinioni pubbliche, rendendole in grado di capire che l’interesse nazionale o l’interesse del proprio territorio non necessariamente è difeso da un leader che provenga esclusivamente ed etnicamente dal proprio territorio, perché in epoca di globalizzazione quell’interesse combacia con quello di tanti altri europei e ci sono persone in grado di rappresentarlo meglio di quanto possa fare il leader del proprio singolo Paese. Finché non eleggeremo un Presidente europeo votato direttamente dai 500 milioni di elettori europei in cui io, cittadino italiano che voto a Pisa, trovi nel mio seggio elettorale la scelta se votare per Tony Blair, Romano Prodi o Angela Merkel, non avremo compiuto quel passo decisivo».

Ma l’Italia di oggi è all’altezza di questa sfida così ambiziosa?

«Politicamente no. Giochiamo purtroppo in Europa un ruolo che non è paragonabile a quello che l’Italia esercitò nei decenni scorsi, da Alcide De Gasperi a Romano Prodi, Il caso più clamoroso è quello dell’umiliazione che il nostro Paese ha subito sulla creazione del Servizio diplomatico europeo…».

In cosa consiste questa umiliazione?

«Era quello il luogo in cui avremmo potuto e dovuto giocare un ruolo all’altezza del rango che abbiamo sempre avuto. La sconfitta è bruciante e inquietante per il futuro».

Da vicesegretario del Partito Democratico, ritiene che oggi il Pd sia culturalmente e politicamente attrezzato per questa impresa europeista?

«Il Pd deve prendere con più decisione la bandiera dell’europeismo, senza curarsi del fatto che l’Europa oggi non è così popolare come dieci anni fa. Però proprio la crisi ha dimostrato che senza l’Europa e l’euro l’Italia avrebbe fatto la fine dell’Islanda. Per noi l’Europa deve essere uno dei principali vessilli da sbandierare. Nel libro ho provato ad argomentare un’affermazione di cui sono profondamente convinto: dobbiamo giocare con la maglia europea, l’unica che può portare al rilancio e al risorgimento delle nostre economie e delle società. Credo davvero che la partita di civiltà che noi giochiamo oggi sia questa».

L’Europa dovrebbe essere il luogo» del futuro delle giovani generazioni. Ma il presente non dice questo.

«Per le nuove generazioni lo sarà perché l’Europa, per i più giovani, sono tante opportunità in più . In questo senso sa qual è li parola magica?»

Quale sarebbe? Europeista?

«Ryanair. Non posso dimenticare che venticinque anni fa, per andare a fare la mia tesi di laurea a Bruxelles, ogni biglietto aereo costava un milione di lire. Oggi, con fine liberalizzazione dei voli, e la fine dei monopoli nazionali, sono arrivate le tante Ryanair che consentono soprattutto ai più giovani di volare a 19 euro».

Ma questa Europa più unita non rischia di crescere sotto il segno tedesco?

«Per far nascere l’Europa unita credo che dobbiamo anche pagare dei prezzi, e questo è uno di quelli»…

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