È una questione di sviluppo

Intervista rilasciata da Enrico a J.Canever, pubblicata su ENNEA del febbraio 2011.

Enrico Letta, vicesegretario PD, ex ministro dell’Industria e sottosegretario della Presidenza del Consiglio, parla della riforma fiscale vista dall’angolatura dell’opposizione. Tre opzioni: lotta all’evasione, tassazioni delle rendite finanziarie (esclusi titoli di stato) e una politica industriale selettiva che incentivi chi produce sviluppo.

Berlusconi ha recentemente rilanciato la proposta delle due aliquote, una al 23% e l’altra al 33%. Qual è la sua valutazione sul merito della proposta?

È la solita réclame berlusconiana, anche stavolta priva di alcuna possibilità di attuazione. Peraltro, la proposta, modulata sul modello fiscale anglosassone, non è recente: risale al 1994, alla sua discesa in campo. Che lui la riproponga oggi – dopo aver governato complessivamente per circa 10 anni, anche in coincidenza di cicli economici positivi e senza mai dar seguito alle sue promesse – la dice lunga sulla fattibilità di questa sortita. La cruda realtà è che nel 2010 abbiamo toccato il record assoluto della pressione fiscale della nostra storia, superando addirittura il ‘97, anno dell’eurotassa. Detto questo, un fatto è certo: la pressione fiscale sulle persone fisiche nel nostro Paese è sproporzionata. Lo confermano tutti gli indicatori e tutti i termini di raffronto con il resto dell’Europa: l’incidenza sulle entrate totali dello Stato della voce Irpef è mediamente di 3 punti superiore alle comparabili voci di Paesi nostri competitor quali Germania e Francia. Ciò si traduce in un carico eccessivo di imposizione sul lavoro che diventa di fatto una zavorra, anche in termini di mobilità sociale. Infine, il quadro generale: la proposta delle 2 aliquote fiscali allo stato attuale delle condizioni macroeconomiche e di bilancio pubblico è, nei fatti, semplicemente irrealizzabile. Berlusconi lo sa benissimo, ma si guarda bene dal riconoscerlo di fronte al Paese.

Quali sono i tre punti fermi dai quali si dovrebbe partire per riorganizzare il nostro sistema impositivo?

Da quanto apprendiamo dai media, pare che le idee di Tremonti sulla riforma siano legate ad un alleggerimento del carico su lavoratori e imprese e ad un innalzamento delle aliquote IVA. Questi rumors hanno indotto, a mio parere legittimamente, reazioni negative nel mondo del commercio e del consumo. Per giunta appellarsi al fatto che in Germania sia stato applicato qualcosa di simile significa ignorare, o fingere di non conoscere, le differenze esistenti tra la situazione di partenza italiana e quella tedesca. Il PD, al contrario, ha presentato una riforma fiscale meno approssimativa nella lettura della realtà del Paese e più aderente ai problemi che ogni giorno i cittadini incontrano. Il pacchetto si basa su un abbassamento radicale delle tasse su lavoratori e imprenditori per restituire serenità a famiglie e imprese e incentivare i consumi interni. Tuttavia, per fare una grande e graduale operazione di riforma di questo genere occorre recuperare risorse su altri fronti. Noi ne abbiamo individuati 3: anzitutto la lotta all’evasione fiscale e, in secondo luogo, l’uniformazione della tassazione delle rendite finanziarie (esclusi i titoli di Stato) con le aliquote europee. Infine, fondamentale, la revisione di tutto il monte incentivi fiscali e erogazioni a fondo perduto in due macro direzioni: da una parte la famiglia e dall’altra una nuova politica industriale che decida selettivamente, in funzione di obiettivi di innovazione e competitività, quali filiere manifatturiere incentivare e quali no. La parola chiave, appunto, è selettività. Basta incentivi a pioggia e basta privilegi per chi non è competitivo. Naturalmente chiunque metta mano a questa riforma deve avere ben chiara un’idea di sviluppo del Paese.

Il carico fiscale che grava sulle spalle dei piccoli imprenditori italiani non ha alcuna possibilità di paragone con quello riscontrato nel resto d’Europa: da noi il peso delle tasse sugli utili dell’azienda è pari al 68,6 % (in Francia è al 65,8, in Spagna al 56,5 e in Irlanda del 26,5). E’ evidente che è una situazione non più sostenibile. Quali possono essere i rimedi da porre in atto?

La politica fiscale è senz’altro lo strumento più potente di sviluppo e redistribuzione nelle mani dei governanti. Essa però, come dicevo, presuppone una visione strategica del futuro di una comunità e del suo sistema produttivo. Il governo banalmente non ce l’ha. E lo dimostra il fatto che, al di là degli slogan, all’impresa e alle PMI in particolare mai è stato riconosciuto con atti concreti il ruolo centrale che esse svolgono. Sul fronte fiscale è evidente che la situazione è insostenibile. Però dobbiamo essere chiarissimi: questo Paese ha un disperato bisogno di riforme. Senza gli interventi che ho illustrato e senza una contestuale operazione di revisione della spesa pubblica la riduzione delle imposte non si riesce a fare. I tagli lineari applicati da Tremonti in questi tre anni non comprimono la spesa, le riforme sì. Alcune, peraltro, sono applicabili subito. Il PD sta mettendo a punto, ad esempio, una riforma della Pubblica Amministrazione che a regime potrebbe far risparmiare qualche miliardo. Di segno opposto, il percorso sul federalismo fiscale che poteva essere un’occasione per intervenire sulla qualità e la razionalizzazione della spesa e che, invece, scaricherà proprio sulle imprese (si pensi all’IMU) il costo delle inefficienze del sistema. Si stima che a regime i Comuni saranno costretti a imporre 3 miliardi di euro di tasse in più, tutti sulle spalle di artigiani e commercianti. Un cortocircuito surreale, specie se si pensa alla retorica con cui, nelle parti più produttive del Paese, si è descritta la riforma del federalismo fiscale. Quest’ultimo serve ma va fatto bene. Così rischia solo di gravare ulteriormente sui territori e sulle imprese che, invece, andrebbero messi nelle condizioni di competere al meglio per uscire definitivamente dalla crisi e tornare a crescere.

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