Enrico Letta e la “rivoluzione”

Daniela Preziosi, il manifesto, 17 gennaio 2019

Ietta eyesDi fronte allo tsunami del 4 marzo «c’è davvero chi pensa che si sia trattato di un abbaglio collettivo e che si possa far finta di niente e ricominciare come prima. Io no». Non è certo un’apertura ai gialloverdi, quella di Enrico Letta nel suo Ho imparato (il Mulino, 189 pp, da oggi in libreria) ma è di sicuro una chiusura di conti con la politica per come la intende la sua parte, il Pd. E per come l’ha intesa lui stesso nella sua prima vita, fino alla defenestrazione da palazzo Chigi. Era il febbraio 2014, un secolo fa, politicamente parlando.

Letta ammette di aver creduto in un modello di sviluppo mainstream che ha aumentato le diseguaglianze. Lui, europeista, oggi critica i governi rigoristi. E quelli che si oppongono alla modifica del Trattato di Dublino e ai canali di immigrazione legale. L’Europa così com’è è indifendibile, ma irrinunciabile è l’idea – l’utopia – dell’integrazione e di una moneta unica che difenda il continente di fronte alle grandi potenze. Ha «imparato» che principi e radicalità sono l’unica strada contro la crescita diseguale e l’odio. «Sono il solo a pensarla così?», chiede. È un ritorno in politica? Certo “alla politica”. Non è il lancio di un movimento, certo di un dialogo, specie con i giovani (considera cruciale la loro formazione e annuncia una serie di iniziative via Instagram)

Si parla di Italia. L’ex premier sta alla larga dal congresso Pd ma ragiona ormai senza reticenze sui passaggi che hanno portato il paese in mani gialloverdi. Naturalmente si parla di Renzi. Letta lo ringrazia per averlo costretto a cambiare vita – a fare «un mestiere vero, fuori dalla politica attiva». Sembra retorica amara, l’uva di Esopo, ma per Letta tirarsi fuori dal Pd – oggi è dirigente dell’Istituto di studi politici di Parigi, Sciences Po – ha significato tirarsi fuori dalla contrapposizione tossica fra populisti ed establishment. E riflettere sulle ragioni della rivolta di tutta Europa. Quella del 4 marzo in Italia, innanzitutto: il manicheismo di chi invoca un fronte contro i barbari è un colpevole concorso all’imbarbarimento. «Il modo in cui le classi dirigenti hanno reagito all’ascesa di nuovi gruppi politici negli ultimi anni – pervicace attaccamento al potere, poi inerzia, o chiamata alle armi da partigiani sulle montagne via tweet – ha contribuito a incancrenire il conflitto», «Come non rendersi conto che alcune prerogative usate per definire populisti Salvini e Di Maio hanno albergato, più o meno clandestinamente, in Berlusconi prima e in Renzi poi?».

Renzi è solo un anello di una catena fra Berlusconi e Grillo, quella della «esaltazione, a tratti perfino fanatica, della disintermediazione», «uno dei grandi abbagli delle élite italiane». Neanche Macron esce bene. La strada della sostenibilità è obbligata eppure la rivolta dei gilet gialli ha svelato «i limiti di un ambientalismo d’élite», quello dei parigini che «fanno i fighi perché hanno la smart city e una mobilità all’avanguardia». Per le periferie il messaggio è: «Paga tu (che non capisci) per me (che ho capito tutto)».

Lascia il tuo commento