Enrico Letta, l’ultimo europeista

Stefano Feltri per Il Fatto Quotidiano del 15 marzo 2017

EL 9Solo uno come Enrico Letta, che ha scelto un esilio volontario dalla politica, poteva prendere una posizione così impopolare: difendere l’Europa, l’Unione e l’euro non perché rappresentano il male minore, ma come “aspirazione al meglio”. Il nuovo libro dell’ex premier esce oggi per il Mulino, Contro venti e maree.

Gli appassionati delle faide interne al centrosinistra possono cercare tracce dell’astio di Letta verso Matteo Renzi che lo ha sfrattato da Palazzo Chigi. Per esempio: “I nostri sono i tempi delle coalizioni, non dell’uomo singolo; del team, non del grande talento solitario; dell’intelligenza collettiva, non della tattica individuale”. Ma il senso del libro è di prospettiva, non di vendetta. Forse anche, chissà, di ambizione visto che Letta ha sfiorato la presidenza del Consiglio europeo nel 2014 (veto proprio di Renzi) e ha i titoli per ambire a quella posizione nel 2019.

Letta usa toni che finora sono stati soltanto di Mario Draghi, un altro dei pochissimi leader che ha provato a contrastare i venti e le maree della protesta anti-europea invece che cavalcarli. Il populismo, per Letta, è soltanto un alibi, una “generica entità” che serve alle classi dirigenti a “lavare le coscienze” e liberarsi di ogni responsabilità per i propri insuccessi.

Letta è sempre stato più efficace nel convincere che nell’entusiasmare. E infatti la parte più concreta del libro è la più efficace perché l’ex premier avanza alcune proposte realizzabili per rendere l’Ue migliore, invece di abbandonarla alla deriva. Non è poco, visto che perfino il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker ha rinunciato a elaborare una strategia per il futuro lasciando ogni decisione ai governi.

Letta invece ha più idee, molte anche a costo zero. Primo punto: una circoscrizione europea per l’elezione all’Europarlamento. Cominciamo usando i 73 seggi che saranno lasciati liberi dalla Gran Bretagna: invece di redistribuirli, possono essere un collegio continentale, un italiano può votare un candidato spagnolo, un estone uno olandese e così via. Sarebbe il primo passo per superare l’eterno deficit democratico. Poi la Commissione deve cambiare nome. Come si può pensare che dei “commissari” siano popolari? Nessuno vuole essere commissariato. Chiamiamoli ministri o segretari, dice Letta, anche se questa seconda opzione è più efficace nei Paesi anglofoni che in quelli mediterranei. E i vertici europei si possono tenere anche in giro per l’Europa, fuori dalla bolla di Bruxelles, per evitare che le decisioni paiano calate da una tecnocrazia lontana quando in realtà sono prese dai governi.

Altre proposte di Letta sono meno mediatiche ma più di sostanza: dare iniziativa legislativa al Parlamento europeo (che oggi, incredibilmente, ne è privo) e superare il principio dell’unanimità nelle decisioni sulle politiche fiscali della zona euro, per poter mettere in minoranza la Germania. Altra priorità: un “progetto Dioniso” per aiutare le aziende che rischiano di essere vittime della globalizzazione.

Un vasto programma. Ci vorrebbe qualcuno che trasformasse queste idee in azione politica. Forse, almeno a questo, Enrico Letta si sta candidando.

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