La modernità di Andreatta

Articolo di Enrico Letta pubblicato su l’Unità lunedì 26 marzo

Cinque anni sono trascorsi dalla scomparsa di Nino Andreatta. E ancor più lungo è il tempo passato dal momento in cui in Parlamento più di dodici anni fa si spense la voce dello statista trentino. Le sue idee sono rimaste in questi anni sempre presenti nel dibattito politico e in quello economico.

Ma mai come in questi ultimi mesi hanno ritrovato in Italia centralità molte delle battaglie che guidarono il fondatore dell’Arel nella sua attività politica e accademica. Il rigore di bilancio e la lotta contro il debito, zavorra sulle spalle delle future generazioni, è stato in particolare il tema che il presidente Giorgio Napolitano ha ricordato alcune settimane fa durante una cerimonia a Bologna.

E accanto a questa attenzione al futuro, la vista lunga come avrebbe detto Tommaso Padoa Schioppa, è la prospettiva di ulteriore integrazione politica ed economica europea l’altro tema tipicamente «andreattiano» oggi di nuovo centrale.

Dopo anni di politica degli annunci e delle grida in cui le parole rigore e futuro non avevano cittadinanza, la grande crisi ha capovolto i punti cardinali della bussola. E tornano di attualità tesi e progetti che per anni nelle sue articolate attività Andreatta aveva portato avanti, trovando sovente opposizioni e antagonismi conservatori.

Proprio quelle spinte conservatrici hanno spesso usato i giochi della politica per limitare l’originalità della leadership di Andreatta. La politica e le politiche. Amava sempre sottolineare che la «politica», se è priva di «politiche», quindi di competenza e di concretezza riformatrice, perde la guida dei processi.

Quanto profetiche appaiono queste parole se ripercorriamo il tracollo italiano dell’anno scorso e la parabola dell’avventura berlusconiana. Oggi al termine di quella parabola fa impressione la rilettura del memorabile discorso parlamentare con cui Beniamino Andreatta annunciò il voto di sfiducia al primo governo Berlusconi nel 1994.

Lì sono indicate tutte le contraddizioni che avrebbero nel tempo rappresentato il lungo elenco di danni che
il berlusconismo ha portato al Paese, alle sue istituzioni e alla sua economia. Durante quel periodo di transizione alla Seconda Repubblica Andreatta, fino a quel momento attore importante da ministro e da presidente della commissione Bilancio del Senato, divenne protagonista politico a tutto tondo e lasciò un’impronta fondamentale nella nascita dell’Ulivo e del successivo governo di Romano Prodi.

Mai come ora ci manca Andreatta. Questa difficile transizione alla Terza Repubblica avrebbe bisogno di coraggio, generosità e profezia. Di quei caratteri cioè che hanno accompagnato l’intera sua vita.

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