«L’Abruzzo deve guardare all’Adriatico»

Intervista rilasciata da Enrico a Antonio De Frenza pubblicata su «il Centro» del 14 settembre 2010

Crisi di governo, nuove elezioni, un progetto per i giovani e per i piccoli imprenditori. Di questo e di altro ha parlato il vicesegretario nazionale del Pd Enrico Letta nel forum tenuto ieri pomeriggio nella sede del «Centro» con la direzione e la redazione del giornale. Subito dopo Letta ha inaugurato un circolo del Pd e ha presentato con il giornalista Pasquale Galante il suo libro «L’Europa è finita?» in un incontro alla Fondazione Pescarabruzzo.

Onorevole Letta, Pier Luigi Bersani chiudendo la Festa dei Democratici a Torino ha rilanciato l’idea del nuovo Ulivo, ma nel partito non c’è unanimità.

«Faremo la settimana prossima una direzione del Pd. Quello sarà il momento in cui questo ragionamento sarà formalizzato in modo unitario. Però Bersani ha fatto altri due passaggi. Ha detto con chiarezza che una volta che Berlusconi si dimette, in Parlamento deve nascere un governo istituzionale con l’obiettivo di cambiare la legge elettorale. Ovviamente la maggioranza che sosterrà quel governo sarà un banco di prova per future alleanze elettorali. Ma Bersani ha lanciato anche l’idea di un progetto per l’Italia. L’8 e il 9 ottobre l’assemblea nazionale del Pd voterà un documento che contiene la riforma del fisco e del welfare e una nuova idea di sanità. Nessun partito riunisce mille dirigenti per votare un progetto simile».

In Italia le elezioni si vincono al centro. Nei giorni scorsi si è parlato di candidare nelle liste del Pd esponenti di Rifondazione o Comunisti Italiani. Come pensa il Pd di conquistare il voto del centro moderato?

«Non abbiamo intenzione di fare dei pasticci con i partiti dai quali ci siamo staccati nel 2008 e con i quali abbiamo governato con fatica. Noi vogliamo degli alleati e non dei parassiti. Anche Di Pietro o Vendola non possono immaginare di usare il Pd come un autobus. Bersani ha fatto un ragionamento legato al tema delle istituzioni. Con questi partiti è possibile immaginare forme di intesa, così come con Fini, che riguardano le istituzioni».

Per esempio?

«Costruire una legge elettorale e un sistema costituzionale non plebiscitario com’è quello berlusconiano. L’attuale legge ha due storture: la prima è che esautora il cittadino dalla possibilità di scegliere i parlamentari. La seconda stortura è nel premio di maggioranza, che non sembra abnorme se si confrontano due poli, ma se si votasse di corsa con quattro poli, uno può vincere col 35% dei voti. Vuol dire cioè potersi eleggere da solo il presidente della Repubblica e cambiare da solo la Costituzione».

Dai sondaggi vediamo che l’antipolitica aumenta. Qual è la risposta del Pd? Certamente la gente non si appassiona alle architetture istituzionali.

«Non ho minimamente l’ambizione di ritenere che aggiustando l’architettura istituzionale si risolve ogni cosa. Questo è un paese in cui c’è uno strappo generazionale e uno strappo nella società rispetto al quale il messaggio del Pd non può essere fatto di regole istituzionali. Deve essere invece un messaggio di ricomposizione sociale e tra territori attorno ai saperi e ai bisogni. Per esempio per la Regione Abruzzo non avrei dubbi sulla strategia, che sarebbe quella di cercare una composizione e non una contrapposizione con le regioni vicine, per esempio le Marche, per una strategia adriatica. L’alleanza sui saperi è fondamentale in un paese come l’Italia che non può più fare la parte dei cinesi d’Europa come negli anni Sessanta. Dobbiamo investire sui saperi, sui grandi centri di ricerca, sui servizi di qualità. Tutto l’opposto di quanto è avvenuto in questi due anni».

Ma se dovesse scegliere un tema centrale dell’azione di governo del centrosinistra, quale sarebbe?

«Io concentrerei il fuoco dell’attenzione sui bisogni dei giovani. La differenza tra i giovani di oggi e quelli degli anni sessanta che hanno fatto il boom è questa: loro facevano figli, lavoravano e mantenevano i genitori. Oggi i trentenni non lavorano, non fanno figli e sono mantenuti dai propri genitori. E non per colpa loro».

Cosa proponete?

«Presenteremo un progetto che si chiama Fisco 25. Siccome oggi si esce da casa mediamente a 31 anni, l’età più alta in Europa, l’obiettivo è che in una legislatura si anticipi a 25 anni questo risultato. Nella riforma del fisco guarderemo poi a quella piccola classe fatta di autoimprenditori».

In che modo?

«La nostra idea è di alzare la quota del forfettone fiscale che oggi è una soglia bassa per chi ha un’attività autonoma. L’idea è di alzarla a 60mila euro di fatturato, con l’eliminazione di tutte le scartoffie burocratiche e una unica aliquota del 20%».

L’Abruzzo ha subito due terremoti, quello giudiziario che ha decapitato la giunta regionale Del Turco, e quello dell’Aquila. Come vede quello giudiziario?

«Ritengo sbagliata l’idea che cada l’intera legislatura nel momento in cui cade un sindaco o un presidente. Qui c’è un vuoto normativo che va affrontato. Detto questo resto stupito dal fatto che siamo ancora nella fase preliminare dell’inchiesta sulla sanità».

E sul terremoto vero dell’Aquila che idea si è fatta?

«Berlusconi ha voluto fare della scena tragica del terremoto la scena teatrale del suo successo. Oggi lui paga per questo, ma il problema vero è che paga L’Aquila. A mio parere questa deve essere l’occasione non per uno show ma per creare le condizioni di solidarietà nazionale attorno a un territorio e farne il luogo di un investimento nazionale giocato sul futuro e non sull’emergenza. Io ho già sostenuto che c’è nel paese un tessuto produttivo sensibile disposto a fare dell’Aquila la capitale dell’industria farmaceutica italiana. C’è una disponibilità verificata. Ma non bisogna far passare troppo tempo».

Sabato si è scioperato alla Sevel. I lavoratori temono che Marchionne voglia calare l’accordo di Pomigliano alle altre fabbriche.

«Il caso Pomigliano è unico e molto particolare. In quel caso il Pd ha assunto la posizione di appoggiare il sì al referendum. Sono convinto che il nuovo sistema di relazioni industriali debba tenere conto del nuovo accordo sottoscritto tra le parti l’anno scorso pur senza la firma della Cgil. È un accordo che spinge su i salari e la produttività. Lì dentro c’è anche la prospettiva che un negoziato possa immaginare deroghe, ma è evidente che non si può usare Pomigliano quando fa comodo».

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