L’austerità non basta

La crisi è europea. E si tratta di una crisi politica e istituzionale, prima ancora che economica e finanziaria. La risposta non può quindi che essere europea e deve partire dalla soluzione dei nodi che hanno bloccato l`Ue in questi tre anni, fino a quando il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, col ruolo determinante di Monti, ha dato la prima svolta che ha consentito a Draghi e alla Bce di calmare la tempesta perfetta degli spread. L`Unione europea deve poter quindi decidere in modo rapido, tempestivo e unitario, come non è avvenuto nella prima fase della crisi. E deve soprattutto da oggi costruire accanto al fiscal compact, che i paesi europei stanno – non senza fatica – approvando, un rilevante e duraturo growth compact. Bisogna cioè che da ora in poi, accanto alla conferma degli equilibri di bilancio, tutti gli sforzi comuni siano messi a favore di strumenti che favoriscano gli obbiettivi della crescita, della competitività e della lotta alla disoccupazione.

In particolare l`Unione e i suoi paesi guida, Italia in testa, devono rovesciare i punti cardinali della bussola con la quale i cittadini dei nostri paesi hanno guardato all`Europa finora. Il Nord della bussola deve essere non più il nero-disperazione del messaggio cupo e privo di speranza lanciato in questi ultimi anni.

Bensì un chiaro segnale di rilancio che passi attraverso scelte di sistema che aiutino la vita dei singoli cittadini e delle famiglie, dei lavoratori e degli imprenditori. Il futuro non sarà solo tagli, tasse e austerità. Davanti a noi ci deve essere una prospettiva, chiaramente visibile e guidata dai leader politici europei, in particolare da quelli accomunati da una visione democratica, progressista ed europeista, concentrata sul messaggio che grazie all`Europa ci sarà più crescita, si limiteranno le disuguaglianze e cresceranno le opportunità. Perché mettendo in comune politiche e spese riusciremo ad essere più efficienti e unificando gli strumenti di reazione alle crisi saremo in grado di evitare quella drammatica distruzione di risorse che abbiamo vissuto con gli spread, i salvataggi delle istituzioni finanziarie e le crisi delle imprese conseguenti al crollo della domanda e al credit crunch.

Il tema delle disuguaglianze va quindi affrontato con impegno prioritario. A livello europeo e nei singoli paesi membri. Perché le disuguaglianze sono cresciute in conseguenza dell`aggravamento della crisi. E questo fenomeno è avvenuto in alcuni paesi più che in altri.

L`Italia ha subito negli ultimi anni una crescita di fenomeni di asimmetria e di disuguaglianze che l`ha portata ai livelli dei paesi anglosassoni, noti per questo loro limite strutturale ma anche per quell` elevato livello di mobilità sociale che manca invece all`Italia. Sono tante le politiche da attivare per combattere questo fenomeno e favorire la mobilità sociale, a partire soprattutto dalla necessità di rimettere i giovani al centro. Ma oggi la disuguaglianza si combatte soprattutto con l`educazione. Si combatte con un investimento in qualità e quantità degli strumenti formativi, che purtroppo vive una stridente contraddizione con le politiche di contenimento della spesa pubblica messe in campo per via della crisi e degli impegni del fiscal compact.

Ecco perché la modifica dei punti cardinali in sede europea deve rimettere al centro l`innovazione, la formazione e la competitività. Questo deve essere un impegno comune che ci prendiamo, e che paese per paese dobbiamo riuscire ad imporre nell`agenda europea. Con le parole del presidente Napolitano, dalla crisi europea si uscirà solo se ci sarà più integrazione. Le scorciatoie nazionali non farebbero che aggravare una condizione già oggi insopportabile per i cittadini europei.

* sintesi dell`intervento che Enrico Letta terrà oggi a Dublino alla Progressive Governance Conference

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