Letta: “Inutile agire per compartimenti stagni. Ora più azioni comuni”

Il Sole 24 ore ha pubblicato il 17 novembre la trascrizione dell’intervista rilasciata da Enrico Letta a Giovanni Minoli per Radio 24.

Le parole di Hollande, che ha parlato di “atto di guerra”, sono parole che fanno scattare automaticamente l’articolo 5 del trattato Nato che obbliga gli aderenti a impegnarsi militarmente, quando un alleato è attaccato. È così o no?

Credo che lui le abbia dette per questo motivo, immaginando di lasciarsi aperte tutte le opzioni. Questo è stato il punto chiave sin dall’inizio. Adesso si tratterà di capire anche in queste ore ad Antalya che cosa verrà deciso, quali siano i punti di intesa. È stato utile che si siano parlati Obama e Putin, quello è stato un passo avanti.

Ma può tornare indietro eventualmente Hollande senza perdere la faccia?

Il problema non è la faccia, il problema è che Parigi, la Francia si è scoperta vulnerabile come mai si poteva immaginare. La vita in queste 48 ore a Parigi è stata una vita scandita dalla paura, dal terrore. Qualunque assembramento ha vissuto momenti di isteria collettiva.

Il ritardo dell’Occidente nell’affrontare l’offensiva dell’Isis è figlio di una mancanza di leadership in Occidente, anche?

È figlia sicuramente degli errori che ci sono stati. Non è un caso che ISIS si infila tra Iraq e Siria. Perché Iraq e Siria sono i due grandi buchi neri di questi quindici anni. Buchi neri anche della politica occidentale, della mancanza di concertazione, della difficoltà, delle fatiche, quindi oggi sicuramente questo è conseguenza di queste scelte sbagliate.

Parlava di Antalya lei, naturalmente senza un accordo tra Putin e Obama gli equivoci continueranno?

Sicuramente: è un fatto positivo che si siano parlati. Io ricordo sempre che nel vertice di San Pietroburgo nel settembre 2013 non era ancora stata fatta la rottura sull’Ucraina tra la Russia e il resto dei Paesi occidentali. Non si parlarono perché sulla Siria erano in contrasto: Obama voleva intervenire contro Assad, invece Putin difendeva Assad. È evidente che c’è bisogno di un’intesa.

Ecco, però, presidente, la Nato come fa ad accettare l’ambiguità della Turchia che dicendo di fare la guerra all’Isis bombarda i curdi che combattono l’Isis?

Anche questo è il punto. Fino a oggi la vicenda Isis è una vicenda che non è stata fino in fondo presa sul serio perché troppi, in troppi, l’hanno usata per regolare i propri conti personali. Hanno usato l’alibi quindi di una guerra da fare per farla poi contro chi pareva a loro.

Una cosa sembra chiara: il ritardo dell’intelligente occidentale rispetto a queste nuove forme di attacco, è vero? Cioè, sembra quasi che ci sia troppa tecnologia e poca conoscenza di uomini, culture e territori?

Secondo me c’è poca integrazione tra le intelligente e tra i servizi di sicurezza e di reazione. Su questi temi non c’è l’Europa. Ogni volta che dico questa cosa vedo le reazioni sui social network, mi dicono che sono un disco rotto, che dico che ci vuole più Europa, e mi si risponde: ma come, ancora di più? Invece è proprio così: su questi temi non c’è l’Europa. Nel senso che su questi temi ogni Paese ha voluto tenersi gelosamente le proprie competenze, le proprie prerogative. La sostanza è che non siamo in grado di reagire.

Cioè terrorismo globalizzato e intelligence individuale?

E non funziona. Basta vedere cos’è successo in queste 48 ore tra Francia e Belgio, terroristi che si muovevano tra Parigi e Bruxelles e ognuno lavora a compartimenti stagni, soprattutto perché non è stato delegato nulla a livello europeo e non esiste nulla di tutto questo, come si fa?

In realtà questa è soprattutto, e si dice poco, una guerra civile tra sunniti e sciiti. Perché l’Europa si è infilata in modo così violento?

Non lo so. La verità è che l’Europa in quanto tale non si è infilata, sono i singoli Paesi europei, ognuno si è mosso per conto suo senza grande concertazione, quindi il tema è: c’è una capacità dell’Europa di agire in comune oppure no? Io dico che ci deve essere una capacità dell’Europa di agire in comune, sia su questi temi di politica estera sia sulla difesa delle nostre comunità. Se non riusciamo ad agire tutti insieme non riusciremo a dare sicurezza ai nostri cittadini e questo lo trovo il rischio più grande.

Ha un consiglio da dare al governo italiano?

Di essere più spinto su questa pista europea. Nel senso che anche noi italiani, col Giubileo alle porte, abbiamo tutto l’interesse a che ci sia un lavoro collettivo e comune. E se non c’è una capacità di fare un’intelligence europea, di fare un azione europea, di fare una sicurezza europea vere e integrate, ma ognuno va per conto suo, le falle saranno quelle nelle quali i terroristi si muoveranno. Poi, seconda cosa, credo che il nostro Paese deve mettersi all’avanguardia nel dire con grande forza, oggi, “non facciamoli vincere i terroristi”. Uno dei motivi su cui vincono è, per esempio, se passa l’equazione “i rifugiati sono terroristi e i terroristi sono rifugiati”. I rifugiati sono le vittime dei terroristi, sono scappati dai terroristi. Quindi io credo che anche questa riflessione che è di cultura profonda che dobbiamo far entrare dentro.

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