Fase 2 non esiste, è una trappola per rigore e crescita ci vorrà un anno

Intervista rilasciata da Enrico Letta a Giovanna Casadio pubblicata su la Repubblica giovedì 29 dicembre 2012

Enrico Letta, entro gennaio il governo varerà la fase 2, cioè i provvedimenti per la crescita.
Il Pd cosa chiede a Monti?

«La prima cosa è che si metta da parte questa abusata divisione tra fase 1 e fase 2: è una trappola mediatica e ha come effetto quello di fare invecchiare rapidamente il governo. Se si dà per buono che la fase 1 è già finita, e sono passati appena 30 giorni, si ingenerano aspettative salvifiche, insensate in tempi così stretti. Ci sarà bisogno di un intero anno, in cui il governo faccia sia crescita che rigore e equità».

E nel merito delle misure?

«La cosa più urgente che il governo dovrebbe affrontare è risolvere il problema dei ritardati pagamenti della Pubblica amministrazione. Ballano circa 40 miliardi di euro che stanno facendo fallire le imprese, provocando licenziamenti».

Le liberalizzazioni non sono più il cavallo di battaglia dei Democratici?

«Certo che lo sono. Devono essere rimossi gli ostacoli alle liberalizzazioni. Questo è un governo guidato da Monti, l’uomo dell’Antitrust europeo, e il sottosegretario alla presidenza del  Consiglio è Catricalà, il presidente uscente dell’Antitrust italiano. Quindi ci aspettiamo molto, e non solo per quanto riguarda taxi e farmacie ma anche nei trasporti, nell’energia».

Una strada lunga e difficile. Ma il Pd alle prese con le critiche degli elettori e i malumori nel partito riuscirà a garantire l’appoggio al governo fino alla primavera del 2013?

«Il governo è come un aereo che deve andare Oltreoceano, non è che a metà strada può fermarsi… il punto d’arrivo è il successo dell’azione dell’esecutivo. Fermarsi a metà porterebbe alla caduta di tutto il sistema».

Piuttosto non teme il Pd di perdere quota?

«Gli elettori premiano la nostra scelta della responsabilità. E poi la manovra siamo riusciti a cambiarla in positivo».

Come pensate di non esplodere, quando di linee di politica economica nel partito ce ne sono due: la sua (e di Veltroni, Fioroni) e quella di Fassina e Damiano?

«C’è bisogno di un Pd che riesca a tenere insieme uno spettro largo di posizioni, che sostenga il governo e al tempo stesso abbia i piedi radicati nel disagio sociale».

Tuttavia su riforma del mercato del lavoro e articolo 18 dovrete scegliere come collocarvi.

«Dovremo trovare una sintesi perché la funzione di un partito è questa. Altrimenti torniamo al centrosinistra dei dieci partitini. Il Pd crescerà e maturerà. Finora abbiamo avuto l’alibi di Berlusconi e questo ci ha consentito di buttare la palla in tribuna. Oggi è il primo vero anno di vita del Pd, non c’è più il diavolo».

Con il diavolo-Berlusconi adesso siete alleati.

«Appunto. Perciò dobbiamo lavorare più sui “sì” che sui “no” e soprattutto non possiamo dire di “no” a tutto».

Non sarete mai gli alfieri di Monti come lo è Casini?

«Noi siamo diversi dal Terzo Polo. Il nostro è un partito con un profondo radicamento popolare, con il 30% dei voti. Quindi deve farsi carico di maggiori sollecitazioni e di maggiore disagio sociale rispetto a quanto può permettersi Casini».

Di Pietro vi pone un aut aut sulle alleanze: o con i centristi o con lui e Vendola?

«Certo questo primo mese di governo ci porta a essere più vicini a Vendola, che a Di Pietro il quale ha dimostrato di essere orfano di Berlusconi. Però non è tempo di pensare alle alleanze. Ancora rimane un rischio altissimo per il paese».

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