Letta lancia la “Scuola di Politiche” e attacca l’Europa dei muri

Press conference of Enrico Letta in RomeFabio Veronica Forcella per il Manifesto del 2 ottobre 2015

«Le posizioni che hanno assunto i primi ministri Orban in Ungheria e Fico in Slovacchia, uno del Ppe e uno del Pse, sul tema dei muri, di Schengen, delle frontiere e dei rifugiati, sono posizioni inaccettabili. Chi teorizza quelle parole e chi ha quei comportamenti è incompatibile con lo stare in Europa».

Sono parole molto dure quelle che l’ex presidente del consiglio Enrico Letta ha pronunciato ieri all’Associazione Stampa estera, in occasione della presentazione della nuova Scuola di politiche. Una scuola, ci tiene a precisare, nata dalla convinzione che la politica è fondamentalmente passione e idealità, un’idea molto lontana dalla politica come semplice mestiere. Già dal nome declinato al plurale traspare il pensiero, a lui molto caro, di Beniamino Andreatta.

È preoccupato Letta sul futuro dell’Europa e lo dice chiaramente. Stiamo, secondo lui, «basculando» su di un’asse molto pericolosa. Il rischio, infatti, è che rispetto al progetto di integrazione europea si torni indietro. L’unica via d’uscita è quella degli Stati Uniti d’Europa. Un’integrazione a due velocità: prima tra i 19 paesi e successivamente allargata ai 28. «Credo nell’integrazione dell’area dell’euro, con un ministro dell’economia, un bilancio e una fiscal capacity comuni». Anche perché i prossimi due anni saranno, per l’Europa, anni decisivi. Si voterà in Inghilterra, in Francia e in Germania e chi pensa di aspettare sbaglia perché «il rischio di tornare indietro è fortissimo». È un mood che Letta dice di respirare chiaramente per le strade d’Europa.

Se dovesse fallire il progetto europeo, per l’Italia sarebbe un disastro. È inimmaginabile pensare che le sole politiche nazionali possano gestire fenomeni come quello dei flussi migratori. Al mondo, sottolinea riflettendo ad alta voce Letta, non esiste nessuna frontiera come quella dove siamo situati noi: «la frontiera tra il Nord e il Sud del Mediterraneo è quella con la distanza geograficamente minore e, dal punto di vista delle disuguaglianze, maggiore». Per questo motivo il tema delle migrazioni non è legato alla Libia o alla Siria, ma è un fenomeno che nei prossimi anni investirà sempre di più il nostro paese. L’Italia, per questo motivo, deve tornare ad essere «un paese euroidealista e non europragmatico», perché – sempre secondo Letta — di pragmatismo in Europa ce n’è anche troppo e «l’unico posizionamento che rende l’Italia leader è l’avanguardia europeista».

Infine, l’ex presidente del consiglio è voluto tornare su un concetto a lui molto caro: il presentismo. Già in occasione del suo discorso di insediamento alle Camere nel 2013, parlò, tra le altre cose, di un paese malato di «presentismo del consenso». Oggi lega questo aspetto al tema della personalizzazione della politica e con Il manifesto ne approfitta per ripercorre la vicenda greca: «In Grecia, alla fine, ha vinto Tsipras per tre volte di seguito, centrando tutto sulla sua persona. Non si può dire che il premier greco abbia puntato sul programma che è cambiato nei tre appuntamenti elettorali in modo piuttosto marcato. Alla fine, è stato tutto molto concentrato sulla sua persona, più che sulla sigla del suo partito».

Volendosi tenere lontano dal dibattito, spesso sterile, della cronaca politica italiana, l’unica considerazione che Letta fa è sulle riforme, sul sistema istituzionale che a suo dire costringerà sempre di più le forze politiche a valorizzare ciò che unisce, rispetto a quello che divide. Anche per questo motivo la sua Scuola di politiche nasce intorno a un concetto fondamentale che i francesi riassumono in un’unica parola: Rassemblement.

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