L’Europa deve agire per fermare la piaga della disoccupazione giovanile

Enrico Letta Pubblichiamo la traduzione in italiano dell’articolo di Enrico Letta pubblicato sul Financial Times.

Almeno 15 milioni di europei sotto i 30 anni non studiano, non frequentano corsi di formazione, non lavorano. In totale corrispondono a un paese di media grandezza dell’Unione Europea. In Italia, sono 2,2 milioni: uno ogni quattro giovani.

Le conseguenze di questa situazione non possono essere ignorate. La disoccupazione all’inizio della carriera lascia ferite permanenti sulle opportunità e i guadagni del futuro. La perdita di capitale umano che ne deriva è una minaccia al potenziale di crescita e, con l’ascesa del populismo, pone la questione della sostenibilità del nostro modello sociale e della stabilità dei nostri sistemi democratici.

È per queste ragioni che il tema della disoccupazione giovanile è ormai all’ordine del giorno per i leader europei. Alla riunione del Consiglio europeo di questa settimana siamo chiamati a trovare un accordo su un insieme di misure comuni e sulla creazione di un quadro per rafforzare le azioni a livello nazionale. Una soluzione al problema della disoccupazione giovanile, infatti, potrà giungere solo da una combinazione di iniziative nazionali e comunitarie.

Per questo i ministri delle Finanze e del Lavoro di Francia, Germania, Italia e Spagna si sono incontrati recentemente a Roma per discutere possibili azioni comuni. Finora, avevano lavorato a parte: gli uni concentrandosi sui bilanci, gli altri sulle riforme del lavoro. Ma questi due aspetti sono legati: non avremo crescita economica e riduzione del debito senza riforme strutturali nei mercati del lavoro. Allo stesso tempo, le riforme saranno socialmente e politicamente insostenibili senza crescita e occupazione.

Cosa possiamo fare, come singoli Paesi e insieme, per favorire la crescita e alleviare la crisi del lavoro giovanile? La risposta è tanto semplice quanto difficile da realizzare: riavviare la crescita, ma senza il vecchio strumento della spesa a deficit. La crescita basata sul debito si è dimostrata di corto respiro. L’Italia ha abbattuto il suo disavanzo al di sotto della soglia di riferimento UE del 3% del PIL, dopo grandi sforzi collettivi, e non tornerà alle pratiche del passato.

La crescita verrà dalla rinnovata fiducia, dalla promozione degli investimenti e dalla ripresa dei prestiti alle nostre imprese, soprattutto piccole e medie. In Italia, la decisione attesa da tempo di pagare loro i debiti dovuti dalla pubblica amministrazione sta già fornendo liquidità alle imprese.

In linea con le raccomandazioni dell’Unione Europea, abbiamo appena approvato misure volte a migliorare l’accesso ai finanziamenti per le imprese e a promuovere gli investimenti in infrastrutture. Abbiamo anche semplificato la giustizia civile per accelerare i processi e per ridurre di più di un milione le pendenze complessive in corso.

Tuttavia, per quanto riguarda il mercato del lavoro, molto ancora c’è da fare. L’Italia è caratterizzata da alte tasse sul lavoro e da una tutela del lavoro squilibrata. Inoltre, è stata anche innalzata l’età di pensionamento. La combinazione di questi fattori ha fatto pagare l’onere dell’aggiustamento principalmente ai giovani.

Possiamo risolvere alcuni di questi problemi a livello nazionale. Questa settimana il mio governo adotterà misure importanti per ridurre il costo del lavoro sulle nuove assunzioni, riorganizzare i centri pubblici per l’impiego, semplificare l’apprendistato e aumentare la flessibilità in entrata.

Ma ci deve essere anche una dimensione europea, che si focalizzi sugli strumenti per aiutare i giovani a trovare un lavoro o iniziare la formazione. Dobbiamo basarci sul lavoro della Commissione europea e del Presidente del Consiglio europeo e rendere la Garanzia per i Giovani operativa dal prossimo anno al fine di garantire che ogni persona sotto i 30 anni riceva un’offerta di lavoro, un’opportunità formativa o un tirocinio entro quattro mesi dalla fine dell’istruzione o del lavoro precedente.

Abbiamo bisogno anche di maggiore flessibilità nell’utilizzo dei fondi strutturali dell’Unione Europea e di anticipare le risorse al 2014-15 per essere immediatamente efficace. In questo la Banca europea per gli Investimenti ha un ruolo fondamentale da svolgere. Il suo aumento di leva finanziaria deve essere utilizzato per promuovere l’imprenditorialità giovanile e la creazione di posti di lavoro con i fondi stanziati per le piccole imprese e un ampliamento delle proprie branche di venture capital e microfinanza.

L’Europa può fungere da moltiplicatore e sostenitore delle riforme interne. Ma al vertice di questa settimana non potrà bastare una dichiarazione di intenti. Dovremo prendere decisioni che parlano ai nostri giovani e affrontare i loro bisogni e le loro aspirazioni. In caso contrario, il risentimento può diventare terreno fertile per i movimenti populisti ed estremisti, con il rischio di un contraccolpo a maggio 2014, con l’elezione del più euroscettico Parlamento europeo della storia. In gioco non c’è solo il futuro di una generazione, ma la prospettiva dell’Europa tutta.

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