#Parisattacks attacco all’Europa. Fermiamolo

Paris_Artists_CNNPHIntervista a Enrico Letta di Angelo Picariello. Avvenire, 15 novembre 2015

“Questa è una vera e propria guerra, ha ragione Hollande Ma non è e non deve diventare una guerra di religione”. Enrico Letta, dopo aver lasciato Palazzo Chigi e la politica italiana oggi vive in prevalenza a Parigi, dove è andato a dirigere la prestigiosa Scuola di studi politici di Sciences Po. E a Parigi si trova in questi giorni: “Ero a casa – racconta – al 17 arrondissement, una ventina di minuti di metropolitana dai luoghi degli attentati. Le prime notizie drammatiche le ho apprese dalla tv, poi il rumore assordante delle sirene cui ha fatto seguito, dopo qualche ora, un silenzio surreale”.

Su Twitter, poi, ieri mattina l’ex premier ha voluto dire la sua, postando anche qualche foto della timida ripresa della vita nel suo quartiere. Ma ha lanciato anche un tweet di contenuto politico, che ha avuto centinaia di rilanci: Smettiamola di chiamarlo #statoislamico . Sono dei #terroristi e come tali vanno trattati..

E ora come va, Iì?

Permane questa brutta sensazione di coprifuoco. Poca gente in strada, molti esercizi chiusi. Sotto casa ha riaperto il mercatino, ma c’è pochissima gente.

Se l’obiettivo era seminare il terrore, insomma, obiettivo raggiunto.

Purtroppo sì. II panico è stato spaventoso, il fatto di aver colpito simultaneamente obiettivi così diversi segna un’escalation degli attacchi che li avvicina al modello medio-orientale in cui, con l’intervento stavolta anche di kamikaze, ogni momento della vita normale dei cittadini, di ogni singolo cittadino, può essere messo a rischio.

A differenza dell’attacco a Charlie Hebdo…

Sì, in quel caso veniva colpito un obiettivo preciso, persone precise, qui invece siamo di fronte a un piano che ha come obiettivi lo stadio, dei ristoranti e un concerto rock. Tre momenti di svago in cui poteva esserci chiunque e, fra l’altro, colpendo nel mucchio sono morti anche degli islamici. Siamo di fronte a una guerra dichiarata.

Perché la Francia è così nel mirino?

La Francia, insieme agli Stati Uniti, è la punta avanzata contro il Daesh, che erroneamente continuiamo a chiamare Stato islamico. Erroneamente perché si tratta di terroristi sanguinari. I raid aerei francesi nei territori fra Iraq e Siria stanno mettendo in ginocchio le loro postazioni, e questo ha reso la Francia il loro primo nemico.

Ma la Francia fa anche i conti con una radicata presenza di fondamentalisti.

E questo è l’altro tema. Fra i terroristi, come nel caso di Charlie Ebdo, c’erano infatti anche cittadini francesi. Questo ci dice che l’integrazione in Francia non sempre ha funzionato, ed è dalle banlieu più a rischio che poi vengono fuori persone invasate che rispondono alle sirene del fondamentalismo. Sono i più pericolosi, perché conoscono il territorio e possono circolarvi con grande facilità.

E’ corretto parlare di guerra?

E’ stato Hollande a parlare di guerra, e ha ragione. La pianificazione di questi attentati è stata terribile e scientifica. Poi se lui asserisce che c’è stata una regia esterna abbiamo il dovere di credergli. Comprensibile quindi che sia stato dichiarato lo stato di emergenza e la chiusura delle delle frontiere.

Quello che invocano in tanti anche in Italia.

In Francia è stata una adeguata misura di emergenza. Ma è assolutamente fuori strada chi propone di chiudere le frontiere in Italia confondendo fra terroristi e rifugiati. Questi ultimi, insieme a noi, sono gli obiettivi dei terroristi, siamo quindi sulla stessa barca. I rifugiati scappano dal terrorismo, chi dice «tutta colpa di Mare Nostrum» – o del Papa, dell’accoglienza – dice delle falsità e fa dello sciacallaggio politico.

C’è addirittura chi dice: meglio rinunciare al Giubileo.

Io penso invece che fa bene il Papa a mantenerlo. Non dobbiamo darla vinta ai terroristi. Non dobbiamo cambiare la nostra vita, perché è la vita che batte la morte, è il nostro modo di vivere che deve battere il terrorismo. Il Giubileo va fatto, sia pur adottando tutte le misure di prevenzione necessarie.

Il Papa ha certo contribuito a non accreditare la guerra di religione?

Questa è una guerra, sì, ma è una guerra contro il terrorismo, non una guerra di religione. Fa bene lo Stato italiano a dare tutti i supporti perché questo grande evento religioso possa tenersi e in maniera partecipata. Non possiamo nasconderci, avere paura di manifestare la nostra fede o le nostre idee.

È preoccupato, dal suo osservatorio francese e da ex premier, per il nostro Paese?

Il problema non è l’Italia, è l’Europa. Di fronte a questo attacco ai valori europei è insufficiente la risposta che è stata data. C’è troppa poco Europa nella lotta al terrorismo. L’idea di farla Paese per Paese è inadeguata di fronte al livello di sofisticazione con cui queste persone agiscono. Invece si ha l’impressione che i sistemi di Difesa e di intelligence lavorino ancora ognuno per conto suo. In questo quadro sfilacciato la nostra intelligence in questi anni il suo dovere lo ha fatto.

Possiamo ancora aver fiducia?

Penso proprio di sì. L’Italia ha una grande tradizione, in Italia il terrorismo lo abbiamo battuto senza diventare uno Stato di polizia e senza stravolgere i nostri valori. Credo che possiamo vincere anche questa sfida.

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