Serve l’unità dei sindacati, ma niente passi indietro

Intervista rilasicata da Enrico a Domenico Zaccaria, pubblicata su «EPolis» di giovedì 24 giugno.

L’accordo tra Fiat e sindacati sul futuro di Pomigliano è obbligatorio, ma deve rimanere un caso circoscritto. Enrico Letta, vicesegretario del Pd, ribadisce la linea del partito sulle condizioni poste dal Lingotto per il rilancio dello stabilimento. E propone misure alternative a quelle previste nella manovra economica che hanno scatenato la protesta degli enti locali.

Al referendum di Pomigliano il no ha ottenuto una percentuale di voti superiore alle aspettative.

Questo dimostra che si tratta di una partita molto complessa, attorno alla quale si intrecciano diversi fatti rilevanti che riguardano il tema del lavoro e alcuni dei diritti fondamentali degli operai.

L’accordo su Pomigliano può costituire un precedente da “esportare” in altre realtà in crisi?

Per noi del Pd questo accordo deve restare un unicum perché forza la mano su molti temi che riguardano i diritti dei lavoratori, quindi può essere appoggiato solo in considerazione della situazione eccezionale di Pomigliano. Negli ultimi giorni abbiamo seguito questa linea e credo che il risultato del referendum confermi la bontà della nostra scelta.

L’atteggiamento della Fiom resta molto critico…

Non voglio dare giudizi perché credo nell’autonomia del sindacato. Però mi auguro che a Pomigliano si ricomponga l’unità sindacale nell’interesse dei lavoratori. Anche alla luce del risultato del referendum, sarebbe un errore non impegnarsi a fondo per cercare di ricomporre la frattura.

L’esito del referendum non è però  quello auspicato dalla Fiat. L’investimento è a rischio?

La maggior parte dei lavoratori si è espressa positivamente, quindi spero che l’azienda confermi la volontà di investire 700 milioni in un’area difficile del Sud. D’altronde sarebbe contraddittoria la scelta di fare un passo indietro dopo che il 62% dei lavoratori si è mostrato disponibile all’accordo.

Passiamo alla manovra economica e alla protesta dei sindaci e dei presidenti delle Regioni.

È una protesta giustificata. La manovra si concentra quasi esclusivamente sugli enti locali e questo avrà inevitabili conseguenze sui servizi ai cittadini. Se si toglie il 18% delle risorse che una Regione ha tra le spese discrezionali, i servizi sociali saranno tagliati e aumenteranno le tasse e le tariffe locali.

La manovra mette davvero a rischio il federalismo fiscale?

Il federalismo viene duramente colpito se nel riparto dei sacrifici tra centro e periferia la manovra scarica tutto sulla periferia.

Molti però invitano gli enti locali a tagliare gli sprechi prima di ridurre i servizi ai cittadini.

Questo è giusto. Ma con il 18% in meno delle risorse gli enti locali dovranno tagliare le prestazioni essenziali ai cittadini.

Come se ne esce?

Trovando altrove le risorse. Si possono tassare le rendite finanziarie, perché non è giusto che vengano premiate le rendite mentre si colpiscono il lavoro e la produzione. E si devono portare a termine alcune privatizzazioni come quella delle Poste, delle Ferrovie e di Fincantieri.

Il Pd ha presentato anche una “lenzuolata” di liberalizzazioni.

Liberalizzare alcuni servizi vuol dire incidere in maniera concreta sulla vita dei cittadini. Le faccio un esempio: ai tempi del governo Prodi la liberalizzazione delle farmacie portò a una diminuzione del 20% dei prezzi dei pannolini, per i quali ogni famiglia spende in media 20 euro a settimana.

Intanto il ministero dello Sviluppo economico è guidato ancora ad interim dal premier Berlusconi.

È un fatto gravissimo. È lo è ancora di più in un momento in cui a Pomigliano si gioca una partita decisiva e la crisi economica sta mettendo a dura prova le relazioni industriali nel nostro Paese.

Quel dicastero, peraltro, ha la delega alle Comunicazioni…

Da un mese e mezzo Berlusconi guida il ministero che assegna le frequenze televisive. Credo non ci sia altro da aggiungere.

Cosa pensa della nomina di Aldo Brancher a ministro?

A cosa serve un nuovo ministero? E qual è la delega? Prima si parlava del federalismo e poi, dopo le proteste di Bossi, il governo ha fatto retromarcia. Questo ministero è un lusso che il Paese non si può permettere.

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