Un leader e un’agenda per rilanciare l’ONU (ne abbiamo bisogno)

Intervento di Enrico Letta sul Corriere della Sera del 17 gennaio 2016.
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Caro direttore, salvare le Nazioni Unite, e con esse il multilateralismo, finché è possibile. Questa è oggi una delle priorità di politica estera che l’Unione Europea e soprattutto l’Italia dovrebbero avere.
L’Onu è stata ai margini in tutte le ultime grandi crisi, Ucraina, rifugiati, Siria nelle quali senza le Nazioni Unite la comunità internazionale non ha certo raggiunto grandi successi.
La caduta delle Nazioni Unite, sempre più escluse in ambito di pace e sicurezza, va di pari passo con le difficoltà che incontra l’Unione Europa, criticata dai cittadini, usata dai governi come capro espiatorio, indebolita dal susseguirsi di crisi per le quali il livello di aspettative nei suoi confronti non è pari agli strumenti di cui viene dotata.
Le crisi delle due grandi istituzioni sovranazionali, l’Onu e l’Ue, paiono addirittura parallele. Figlie di un tempo in cui la potenza unilaterale, con la sua maggiore rapidità di azione e facilità di comunicazione prevale rispetto alle complessità e alle lentezze del processo multilaterale.
Eppure questo ritorno della potenza unilaterale appare fragile e frutto più di esigenze di comunicazione che della capacità reale di risolvere, con questo metodo, i problemi in modo duraturo.
Che l’aspirazione ad un multilateralismo efficiente non sia pura utopia lo dimostra d’altronde il recente successo, proprio a Parigi, della Cop 21 sul clima.
L’Italia, per la sua storia e per la sua collocazione geografica, è un Paese che ha solo da perdere dal crollo delle istituzioni sovranazionali del multilateralismo, europee e mondiali. Non siamo membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, non abbiamo l’arma nucleare, spendiamo poco in sicurezza e quindi dipendiamo per la nostra difesa dagli Stati Uniti. Abbiamo una posizione nel Mediterraneo che è di cerniera sia tra Nord e Sud che tra Est e Ovest. Siamo al crocevia di tutti i flussi migratori. Non possiamo permetterci di avere nemici pericolosi e di non avere alleati generosi.
L’Italia più di ogni altro, tra i grandi Paesi, deve lavorare per rafforzare il multilateralismo, a partire da un impegno convinto a riformare l’Unione Europea. Ma anche l’Ue deve far di tutto per rilanciare l’istituzione multilaterale per eccellenza cioè le Nazioni Unite, altrimenti condanna se stessa ad un parallelo indebolimento.
Oggi a Parigi all’Università Sciences Po si tenta di dare gambe e contenuti a questa strategia di rilancio. Ripartendo dai giovani, da coloro che rappresentano il futuro più di chiunque altro.
Di quale debba essere l’agenda del prossimo Segretario Generale dell’Onu, mille studenti discutono con trenta leader globali; tra questi il premio Nobel Marti Ahtisaari, la direttrice dell’Unesco Irina Bokova, il Ministro francese Emmanuel Macron, l’inviato speciale dell’Onu in Afghanistan e Siria Lakhdar Brahimi, l’australiano Kevin Rudd, Romano Prodi, lo storico leader della Lega Araba Amre Moussa, Giuliano Amato, il cinese Chen Zhimin.
Il successore di Ban Ki-moon verrà scelto tra qualche mese a New York ma del tema nessuno parla pubblicamente. Lo Youth & Leaders Summit di Parigi, con il coinvolgimento di tanti studiosi ed esperti, vuol rilanciare la necessità che la donna o l’uomo che verrà scelto affronti il suo difficile mandato con una vera e propria agenda di priorità, senza dover dipendere dall’agenda domestica di quella o di quell’altra potenza.
Deve essere quindi un leader con un progetto coerente e ambizioso e non il semplice esecutore del minimo comune denominatore delle volontà dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Un leader con un’idea finalmente efficace di riforma delle Nazioni Unite stesse dopo venticinque anni di inconcludenti dibattiti. Definire le priorità di questa Agenda globale su sicurezza, clima, sviluppo, rifugiati, riforma interna vuol dire aiutare concretamente l’Onu a tornare centrale.
A Parigi si confrontano con gli studenti alcune tra le personalità che potrebbero aspirare a questa posizione. La speranza è che oggi si strappi il velo attorno a che cosa sarà chiamato a fare il leader della principale istituzione globale, e di questo si cominci finalmente a discutere in modo aperto e trasparente.

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