Voto responsabile ma questo caso fa storia a sé

Intervista rilasciata da Enrico a Luca Ostellino, pubblicata su «Il Sole 24 Ore» di mercoledì 23 giugno.

Enrico Letta lo aveva più volte e vivamente auspicato: sul referendum tra i lavoratori dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco «è senza dubbio necessario che i sì all’accordo vincano in modo convinto e largo e che quindi si mettano in pratica quegli investimenti che la Fiat ha annunciato». Nella vicenda di Pomigliano, il Pd si è trovato sicuramente in difficoltà. Diviso al suo interno e accusato, da sinistra, di avere ormai abdicato al suo ruolo, appunto, di partito di sinistra e di essere diventato «confindustriale» e, da destra, come minimo di «tentennamenti». Il vicesegretario difende però la posizione “ufficiale” tenuta dal Pd in queste difficili giornate. Senza iperboli o enfasi, come sua caratteristica, sottolinea semplicemente che quella del suo partito è stata una posizione «corretta». E i fatti, ovvero la volontà espressa ieri sera nel referendum dai lavoratori dello stabilimento di Pomigliano, sembrano dargli ragione.

Del resto è la posizione che lei ha assunto fin dall’inizio, sottolineando la gravità della scelta della Fiom di non aderire all’intesa.

È la posizione del Pd. Che si può riassumere con la necessità che l’accordo passi e si salvaguardino gli investimenti Fiat, tenendo però conto della situazione eccezionale di Pomigliano. L’intesa non può, infatti, rappresentare un modello ripetibile e dipende dalle caratteristiche specifiche di quella situazione e di quello stabilimento.

Questo sembra essere il punto critico e di maggiore attrito con il governo, dove si tende a considerare l’accordo di Pomigliano, in particolare da parte del ministro del Lavoro Sacconi, un punto di svolta nelle relazioni industriali.

Sì, questo ci divide decisamente dal governo. Noi insistiamo e insisteremo sull’eccezionalità della situazione. Tentare di creare un precedente e dare all’accordo carattere generale rischia di compromettere l’accordo stesso.

Quali sono in particolare le peculiarità di Pomigliano e di questa vicenda?

Sono sostanzialmente quattro e si possono riassumere così: Polonia, Campania, il passato dello stabilimento, la Fiat. In primo luogo va considerata la Polonia, ovvero il fatto che questa vicenda va in controtendenza con la delocalizzazione in atto da parte delle imprese italiane. Quindi, non bisogna dimenticare la Regione e l’area in cui si trova lo stabilimento. La Campania e, soprattutto, una area a rischio della Campania, in cui perdere 5mila posti di lavoro avrebbe delle conseguenze facilmente immaginabili. Anche il passato e la storia dello stabilimento stesso rappresentano una peculiarità. Non va nascosto, tra l’altro, che a Pomigliano si sono spesso verificati abusi di diritti. Infine la Fiat e il rilancio di quella che continua a essere l’impresa italiana più importante.

Che valore ha questo referendum? Quella dei lavoratori di Pomigliano è stata una scelta responsabile o è stata presa sotto ricatto, come si sostiene nella sinistra radicale?

È una decisione responsabile e libera. Nessuno deve avere paura di questa forma moderna di espressione della volontà dei lavoratori. Della democrazia e della rappresentanza. Si tratta di un passaggio chiave. Ma in primo luogo non ne deve avere paura il sindacato, perché è il punto di arrivo di un processo condotto dal sindacato stesso.

Questa vicenda ha però mostrato anche tutte le divisioni che ci sono a sinistra e nello stesso sindacato.

Pur con tutte le differenze, c’è però un rapporto tra la vicenda di Pomigliano e la questione del protocollo per il Welfare del 2007, del governo Prodi. Anche allora sul referendum la sinistra radicale e la Fiom, che erano per il no, assunsero una posizione diversa dal quella del centro-sinistra e degli altri sindacati. Il risultato del referendum conferma come la sinistra radicale sia purtroppo fuori dalla realtà. Ieri, guidata, da Bertinotti, era per il no alla consultazione sul protocollo sul welfare, oggi, con Vendola, perde a Pomigliano.

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