Incoraggiare gli atenei del sud

Il testo dell’intervento tenuto in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università del Molise, a Campobasso, il 10 novembre 2014.

Letta all'UniMol
Magnifico Rettore, signore e signori, innanzitutto grazie di questa bella opportunità che mi avete offerto, invitandomi a questa cerimonia di inaugurazione dell’a.a. 2014-15 e di questo ringrazio soprattutto il Magnifico Rettore, prof. Palmieri, che mi ha voluto come ospite della vostra Università. È stata per me un’occasione utile e importante, oltre che per aver ascoltato riflessioni significative, perché ho colto dalle parole dei relatori che mi hanno preceduto l’impegno, la speranza e un senso critico che considero fondamentale per guardare avanti e fare i conti i gravi problemi di fronte a cui ci troviamo.

Vorrei iniziare questa mia breve riflessione partendo da un dato che credo dia fondamentale, colpevolmente sottovalutato nel nostro Paese: secondo quanto pubblicato la settimana scorsa dall’Eurobarometro, in Italia c’è stato in sorpasso di coloro che giudicano negativamente l’Europa rispetto a coloro che invece ne danno una valutazione positiva. Questo dato è tanto più clamoroso perché riguarda un Paese, come il nostro, che è stato uno dei pilastri della costruzione europea e tradizionalmente “euroentusiasta”. Di fronte a questo dato allarmante non si può reagire maledicendo i numeri, come ogni tanto viene fatto, ma prendendo atto che il nostro rapporto con l’Europa ha raggiunto un punto di criticità e segnala una malessere verso le istituzioni comunitarie, che peraltro è abbastanza diffuso anche in altri Paesi. Partire da questo dato è importante per riflettere oggi sull’Europa, e le stesse relazioni che abbiamo ascoltato ci aiutano in questo. A questo malcontento possiamo opporre questa tesi. E’ vero che la costruzione europea ha molti limiti; è vero che essa presenta tante cose che non vanno bene. E tuttavia se alziamo il nostro sguardo e guardiamo il mondo, dobbiamo renderci conto che l’Europa unita è l’unico modo che ci permette di affrontare il nuovo scenario globale. Non ci sono alternative per stare nel mondo globalizzato. E se è così, questa nostra straordinaria Unione europea dobbiamo migliorarla e non spezzarla. E’ profondamente sbagliata l’idea che possiamo avere dei vantaggi rinunciando ad essa. E perché ciò sia chiaro dobbiamo renderci conto che abbiamo attraversato in questo dopoguerra due fasi dell’europeismo.

Come si percepiva anche dalla relazione che mi ha preceduto, c’è stata una prima grande fase dell’europeismo simboleggiata da quell’immagine straordinariamente intensa dei due grandi presidenti, il cancelliere tedesco Kohl e il presidente francese Mitterand, che si tengono mano nella mano nel cimitero di Verdun. In quel lembo di Europa milioni e milioni di francesi, di tedeschi e di europei si sono uccisi per guadagnare qualche metro, qualche centinaia di metri di una frontiera che adesso non esiste più. Oggi la attraversiamo senza nemmeno renderci conto che l’abbiamo superata. Quella è l’immagine della nascita e dei primi quarant’anni dell’Europa unita. L’abbiamo voluta proprio per evitare che quelle tragedie si ripetessero. Oggi siamo alle prese con una seconda fase dell’europeismo e abbiamo soprattutto un altro obiettivo: di fronte a tante generazione che non hanno vissuto quella vicenda e che non hanno nemmeno il racconto dei propri genitori di quei drammi, dobbiamo costruire l’Europa con una motivazione nuova. Dobbiamo far crescere l’idea europeista tra gli Italiani spiegando che l’Europa unita deve essere il nostro futuro perché è ci è utile e ci conviene, perché, come abbiamo ascoltato, l’Europa è la patria della mente critica, dei valori di pluralismo e di tolleranza.

Ma se vogliamo oggi difenderli e svilupparli, abbiamo necessità della costruzione europea perché dobbiamo fare i conti con tre gravi contraddizioni di fronte a cui ci pone questo momento storico. La prima è che quasi nessuno avrebbe potuto mai immaginare la rapidità dell’innovazione e del cambiamento che stiamo vivendo. Non facciamo in tempo ad abituarci ad un grado di innovazione che siamo già al grado di innovazione successivo. Sedici milioni erano gli utenti di Internet nei primi anni ’90; venti anni dopo sono diventati due miliardi e mezzo. In soli venti anni si è verificata una trasformazione che mai si era vista prima. Tutti sappiamo che questo tipo di cambiamento porta a disintermediazioni che modificano il modo di fare banca, il modo di fare assicurazione, il modo di fare giornalismo. Mestieri che nascono e che scompaiono velocemente, altri che non sono più sicuri come prima. sembra quasi spingere qualcuno o qualche categoria, non solo del nostro Paese, a ribellarsi dicendo: “Fermate il treno, voglio scendere”, perché “è una velocità che non riesco a vivere nel modo giusto”. Eppure si tratta di una velocità che oggi ci può dare grandi e inedite opportunità. Dobbiamo essere consapevoli, e lo dico con particolare riferimento a questo territorio, che l’innovazione tecnologica sconvolge le gerarchie acquisite e può dare grandi opportunità a chi ci mette intelligenza, creatività e qualità. Grazie all’innovazione tecnologica, chi ha queste qualità può farcela, a prescindere da quali sono le gerarchie ereditate nel passato. Se sappiamo sfruttare le potenzialità che ci offre la società tecnologica, siamo di fronte a grandi possibilità, ben sapendo che è molto faticoso stare in un mondo di forte competizione e di continua innovazione.

La seconda grande contraddizione è pur vivendo tutti i Paesi, non solo europei, gli stessi problemi, questi ultimi vengono discussi e affrontati in sede nazionale, in quanto manca una rappresentanza globale. Non voglio dire che non ha più senso lo stato-nazione, questo sarebbe assurdo. E’ invece necessario costruire luoghi in cui il problema globale trova risposte globali, altrimenti non ce la faremo mai a fare i conti seriamente con i tanti problemi, a cominciare da quelli economico-finanziari, che ci pone la società globalizzata. Oggi i leader politici hanno una costituency nazionale, devono essere rieletti in patria, e quindi non gli si può chiedere di farsi carico di una agenda globale: sarebbe quasi chiedergli di fare il suicidio politico. Come diceva Churchill, il suicidio politico è il peggiore dei suicidi possibili, perché sei anche costretto a vedere le conseguenze del tuo atto. E tuttavia il tema dell’asimmetria tra la rappresentanza politica nazionale e l’agenda globale è oggi decisivo, soprattutto in Europa. Abbiamo bisogno di rendere più forti le istituzioni europee, perché dobbiamo risolvere problemi che sono al di fuori della portata delle politiche nazionali. Ne cito soltanto due: il cambiamento climatico, con tutte le conseguenze che questo comporta, e la grande emergenza dell’immigrazione. Nessuno può ragionevolmente pensare che problemi come questi possano essere risolti con politiche nazionali. Eppure continuiamo a vivere con una rappresentanza ipernazionale anche nelle sedi in cui si affrontano problemi globali.

La terza contraddizione è che, in questi decenni, oltre a crescere il benessere, sono aumentate allo stesso tempo anche le disuguaglianze. E questa incoerenza crea una situazione di spaesamento, che affligge le nostre regioni, le nostre comunità, e tutta l’Europa, soprattutto in tempi, come questi, in cui l’austerità ha portato i tagli che tutti conosciamo. Per far fronte a questi e altri gravi problemi che ci affliggono, oggi l’Europa ha una nuova e grande occasione. Abbiamo una nuova commissione che nasce con una forte legittimazione a livello popolare, poiché è stato per la prima volta evidente come la sua costituzione sia stata legata all’esito del voto e agli impegni che i candidati e i partiti avevano assunto prima. E’ una legittimazione popolare ancora indiretta e debole, e tuttavia è un punto di partenza importantissimo. Attraverso il suo presidente Juncker, questa commissione ha fatto una promessa importante e dobbiamo spingere affinché venga mantenuta: dopo tanto tempo verranno investiti in Europa trecento miliardi di euro. E proprio a questo riguardo voglio in questa sede avanzare la proposta che questi trecento miliardi di euro non siano impiegati solamente per le infrastrutture, che pure sono tanto importanti, ma che siano dedicato all’istruzione, alla cultura, alla ricerca, coinvolgendo i nostri territori. Occorre promuovere un grande movimento di opinione per spingere in questa direzione.

Credo, ad esempio, che sia venuto il momento di estendere il progetto Erasmus alle scuole superiori, per consentire anche ai ragazzi di 16-17 anni di fare un’esperienza breve, ma significativa, all’estero. Sarebbe questo un modo per far capire meglio ai nostri ragazzi il mondo globale, ma per insegnargli tornare a casa arricchiti di nuove esperienze da mettere a disposizione degli altri. Questo rappresenta uno dei tanti temi, e per brevità di tempo non ne introduco altri, attorno a cui dobbiamo sviluppare un racconto diverso di che cos’è oggi l’Europa. Se è vero che l’Europa è l’unica soluzione che ci può consentire di sopravvivere nel grande mare della globalizzazione, allora è da irresponsabili scaricare su di essa la responsabilità di tutto quello che non va, comprese responsabilità che sono invece locali o nazionali, facendo dell’Europa un generale capro espiatorio.

All’immagine di Mitterand e Kohl a Verdun, dobbiamo oggi affiancare le immagini delle opportunità che l’Europa offre ai nostri giovani. Ad esempio, a me capita di raccontare ai più giovani una banale esperienza personale, di chi, come per, pur non essendo una persona particolarmente agée, si è trovata ad aver fatto gli studi universitari prima che venissero applicate le regole del mercato unico, quando, cioè, viaggiare tra i Paesi europei era difficilmente sostenibile per gli elevati costi economici. La liberalizzazione del mercato, ha portato non solo la libera circolazione dei calciatori attraverso la sentenza Bosman in tutta Europa, ma ha anche fatto crollare i prezzi dei voli, consentendo a studenti, a docenti e a tantissime persone di viaggiare, di spostarsi per le ragioni più varie, di fare esperienze di vita e di lavoro, che hanno permesso soprattutto ai giovani di realizzarsi in maniera più soddisfacente. Quando, verso la fine degli anni Ottanta, studiavo diritto delle comunità europee a Bruxelles, era praticamente proibitivo volare da Pisa a Bruxelles, il biglietto aereo costava nei giorni feriali quasi un milione di lire! Andare a studiare all’estero era praticamente impossibile.

Oggi, con la rottura dei monopoli nel mercato unico europeo, come ricordava Einaudi nella bella citazione appena evocata, abbiamo avuto grandi vantaggi per i consumatori e notevoli possibilità di ampliare la nostre libertà di scelta. Tutte le volte che oggi prendiamo da Roma, da Napoli, da Pescara, un volo low cost per andare a Bruxelles a Londra o a Parigi, dovremmo ringraziare la lungimiranza europea. Solo fino a pochi anni fa non era così. Potrei citare tanti temi per sottolineare i grandi vantaggi che ci ha offerto l’Europa, ma il tempo non me lo consente. Mi limito a tre grandi questioni: il debito, dell’euro e l’allargamento dell’Unione europea, questioni ormai al centro delle politiche e delle polemiche europee. Tutti giustamente critichiamo l’austerità in nome della crescita, ma la crescita in un Paese come il nostro deve farla senza fare ulteriori debiti, perché ne abbiamo fatti purtroppo tanti e per fortuna è intervenuta l’Europa a porre fine a questa pericolosa deriva. Se guardiamo la tendenza della crescita del nostro debito pubblico negli anni ’70 e ‘80 e se immaginiamo una continuazione di quella curva in assenza dell’intervento dell’Europa, oggi avremmo forse un debito del 300%, e non del 125-130%. Cito questo tema che è sicuramente il più controverso, ma è il tema rispetto al quale una riflessione diversa sull’Europa dovremmo farla. Quanto poi all’euro, è nota la sua impopolarità e ogni giorno ascoltiamo proposte di chi vuol tornare alla lira. Ma ci rendiamo conto di cosa sarebbe l’Italia se in tempo di crisi finanziaria, in presenza di una crisi che ha investito i debiti sovrani, avessimo avuto la lira? Forse l’Italia avrebbe fatto la fine dell’Argentina e sarebbe stato costretta a scelte durissime. Mi riferisco a questo tema perché sta diventando uno sport nazionale scaricare tutte le colpe sull’euro. Inoltre, quante parole contro l’allargamento dell’UE abbiamo sentito in questi anni, quante parole contro l’ingresso dei nuovi Paesi dell’Europa centrale e orientale. E anche qui vorrei che riflettessimo sul seguente tema: abbiamo visto cos’è successo quest’anno in Ucraina, abbiamo visto come è cambiato l’atteggiamento della Russia, come si vanno delineando nuovi equilibri geopolitici? La mia domanda è: “Se non avessimo fatto la scelta lungimirante dell’allargamento a Est, oggi cosa sarebbe l’Europa in presenza di un rinnovato espansionismo della Russia? Che ne sarebbe dei Paesi che uscirono dalla vecchia realtà dell’impero sovietico e che oggi partecipano alla processo di costruzione europea? Sarebbe bene ricordare a tutti che il nuovo presidente del Consiglio Europeo è un polacco e che la Lituania ha ottenuto la presidenza semestrale della fine dell’anno scorso. Sono fatti straordinari. Noi europei siamo riusciti ad allargare e a creare una dimensione che oggi torna utile e fondamentale.

Quando si parlava di allargamento ai Paesi ex-comunisti, ho sentito tante volte dall’allora presidente della Commissione Romano Prodi il racconto di quel parlamentare della minoranza rumena nel parlamento ungherese che difendeva la scelta di entrare in Europa dicendo: “Per noi c’è un argomento, che è più forte di tutti: noi vogliamo l’Europa perché è l’unica costruzione al mondo che è un’unione di minoranze”. E come abbiamo ascoltato dalla prolusione, questa è la grandezza dell’Europa. Non è stata, come capita in tutte le realtà statuali, una maggioranza che ha integrato minoranze, ma sono tante minoranze che si sono trovate d’accordo sul modo di stare insieme. Questo esprime quello che per noi è un valore fondamentale: l’idea della minoranza è l’idea della tolleranza, è l’idea, in fondo, della mente critica. Aggiungo un ultimo argomento in difesa dell’Europa. Le politiche europee ci hanno indotto ad avere un’attenzione diversa sulle aree svantaggiate dei diversi Paesi. Oggi questo lo diamo per scontato, ma non è stato sempre così. Non è difficile fare due conti per calcolare quanto l’Europa ci abbia dato in termini di fondi strutturali e di risorse spostate dai vari “Nord” ai vari “Sud” dei diversi paesi (in alcuni casi, come in Finlandia, è l’opposto). Se poi questi fondi li abbiamo usati male la colpa non è dell’Europa. Anche su questo non sarebbe male fare riflessioni un po’ più attente. Come quando sento criticare la burocrazia europea e mi dico francamente che forse sarebbe meglio che lasciassimo agli svedesi, agli austriaci di criticare l’Europa sotto questo profilo. Che siamo noi italiani a criticare l’Europa dal punto di vista della burocrazia mi sembra sinceramente un po’ forte.

Dobbiamo invece impegnarci a rendere l’Europa diversa e migliore, per esempio impegnandoci per nuovi equilibri che possano evitare una troppo marcata egemonia tedesca. Voglio concludere questo mio intervento con un invito all’Italia ad essere sempre più protagonista in Europa, contribuendo a difendere e sviluppare quella mente critica che è alla base della costruzione europea. L’Europa è da migliorare, perché l’Europa è il nostro futuro. Cito soltanto due cifre che a me colpiscono sempre molto: la prima, fra qualche anno, la Nigeria avrà tanti abitanti quanti ne ha oggi tutta l’Europa. Questo per ricordare a noi stessi, che a volte ci consideriamo il centro del mondo, come il mondo sta cambiando. L’altro dato enormemente significativo, è che nel 2016 ci sarà un “sorpasso” storico: l’economia dei Paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) supererà quella di Europa e Stati Uniti. E pensare che solo 20 anni fa, l’economia dei Paesi del BRIC era il 17% mentre quella di Europa e Stati Uniti il 45% rispetto all’economia mondiale nel suo complesso. In questo ventennio il peso specifico dell’economia occidentale si è fortemente ridotto rispetto al contesto mondiale, mentre è fortemente aumentato quello di queste nuove potenze economiche.

Cosa vuol dire questo? È molto semplice: che noi dobbiamo modificare il nostro modo di essere, puntando ad una crescita più intelligente, facendo leva sulla formazione, sull’innovazione, sulla ricerca, sul “capitale umano”. E voglio lanciare questo messaggio proprio da questo Ateneo, da cui sono rimasto molto colpito, perché, dopo averlo visitato in passato, ho avuto modo di verificare quanta strada abbia fatto. A questa Università, a tutte le sue componenti, faccio mio è un “in bocca al lupo”, formulo un augurio sincero per questo nuovo anno accademico. Naturalmente colgo l’occasione della presenza di tanti Rettori di altre università italiane per incoraggiarli ad andare avanti, nonostante tutte le difficoltà, perché quella delle università è una “missione” fondamentale per il nostro Paese, anche perché i nostri studenti valgono l’impegno che voi ci state mettendo, che noi tutti stiamo cercando di profondere per dare loro un futuro migliore. Il mio invito è quindi di ripartire dai nostri figli e quindi dai nostri studenti.

Quale sarà fra 30 anni l’Italia e l’Europa nella quale vivranno? Ci abbiamo mai riflettuto? Con queste cifre e con questi cambiamenti non sarà un’Italia e un’Europa come la nostra o leggermente diversa, perché i cambiamenti saranno molto più rapidi e profondi rispetto al passato. Quindi molto della loro vita dipenderà dalle scelte che faremo oggi e l’Italia e l’Europa saranno diverse a seconda di che cosa decidiamo di fare. Ecco perché una maggiore e migliore integrazione europea è l’unico modo affinché quei valori di libertà e democrazia, che noi amiamo perché sono i valori europei, vengano difesi e sviluppati nel nuovo contesto globale, promuovendo vecchi e nuovi diritti. Questa è la posta in gioco, per la quale vale la pena fare una grande battaglia politica in Europa. E il nostro Paese deve essere in prima fila perché l’Italia è stato uno dei grandi Paesi che ha inventato, creato e portato avanti l’idea di costruzione europea. Lo dobbiamo fare pensando soprattutto al futuro dei nostri figli.

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